Il termometro della Terra a Nairobi

Gli anni Novanta sono stati davvero “bollenti”. La decade pi

Due gradi in più, e sarebbe una catastrofe. Un
problema
che i Grandi e i Piccoli della Terra stanno
affrontando a Nairobi, la prima città sub-sahariana ad
ospitare la Conferenza Annuale dell’Onu sul Cambiamento Climatico
(6-17 novembre). Non si attendono esiti clamorosi dalla conferenza,
ma le discussioni odierne servono a preparare il terreno per un
futuro accordo internazionale.

In un mondo ideale si troverebbero tutti attorno ad un unico
tavolo, per risolvere una
grande sfida globale come questa
. Ma la realtà
è assai più complicata. E da Nairobi passano due
sentieri paralleli: la Convenzione sul Cambiamento Climatico e il

Protocollo di Kyoto
. A questo tavolo, ad esempio, non
siedono due paesi del calibro di Stati Uniti e Australia, che non
hanno accettato di fissare un tetto alle emissioni. Qui i vari
esperti nazionali discutono il dopo Kyoto e la revisione degli
attuali protocolli.

Mentre nell’agenda della
Convenzione
spiccano i temi dello sviluppo sostenibile
e dei cosiddetti
meccanismi legati al mercato
. Tra cui la prima borsa
delle emissioni, introdotta l’anno scorso nei 25 stati dell’Unione
Europea. Un sistema che sta guadagnando consensi tra i paesi
industrializzati, sia a livello regionale (California) che
settoriale (Corea del Sud). Ma che non piace a paesi a giganti in
piena crescita come Cina, India e Brasile.

Su questo fronte, quindi, si tratta di trovare un accordo su
strumenti alternativi per promuovere la riduzione delle emissioni
senza imporre tetti. “Last but not least”, la Conferenza di Nairobi
vuole attirare l’attenzione su paesi abituati a ben altri ritmi di
sviluppo, come quelli africani.

Sul tavolo ci sono tre proposte. Primo: un programma di lavoro
quinquennale per attività di adattamento al cambiamento
climatico. Secondo: una distribuzione più equa dei progetti
condotti all’interno del Meccanismo per lo Sviluppo Pulito. Che
è un sistema legato alla borsa delle emissioni: crediti in
cambio di
tecnologia pulita
esportata nei paesi in via di
sviluppo. Solo che finora sono solo 9 su 400 i progetti che hanno
interessato il continente africano. Terzo: un Fondo per
l’Adattamento, che sarà finanziato soprattutto da un
prelievo del 2% sui crediti guadagnati con il Meccanismo per lo
Sviluppo Pulito.

Gianluca
Cazzaniga

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