Il valore etico del judo

La storia del judo spazia oltre i record dei campionati, i suoi massimi esponenti spesso non sono degli sportivi, i suoi valori possono raggiungere la sfera etica, le sue visioni invadono il quotidiano.

Qualcuno ritiene che il judo sia uno sport, anzi, che
rappresenti l’aspetto sportivo delle ‘arti marziali’; che esso
può essere praticato per diletto, o come difesa personale, e
che la sua massima espressione sia quella agonistica dei Giochi
olimpici.
Tutto questo è vero, ma superficiale.

La struttura del judo è qualcosa di più che non
una pratica fisica; la sua storia spazia oltre i record dei
campionati, i suoi massimi esponenti spesso non sono degli
sportivi, i suoi valori possono raggiungere la sfera etica, le sue
visioni invadono il quotidiano.

Il fondatore del judo, Jigoro Kano, ha dovuto riconoscere che
esiste un judo inferiore, uno medio e uno superiore.

Il judo inferiore è praticato in vista di una
realizzazione personale: essere un campione, o imparare a
difendersi, ma anche tenersi in forma, o ricavarne un beneficio
professionale. Di solito si viene al judo spinti da simili
motivazioni e lo stesso Kano, a 15 anni, voleva praticare il
jiu-jutsu per contrastare le prepotenze dei suoi compagni di
scuola.

Il judo medio è quello che dovrebbe animare la scuola
sotto la guida di insegnanti qualificati, o che è praticato
nel dojo (luogo per la ricerca della Via) dove insegna un maestro.
Il judo medio costituisce un’educazione, influisce sullo sviluppo
psicologico dei giovani, e porta a realizzare uno scopo
sociale.

Il judo superiore consiste nell’impostare la propria vita
secondo un principio morale rappresentato da Sei-ryoku-zen’yo (il
miglior impiego dell’energia). Questa progressione è
chiamata Le tre Culture.

Cesare Barioli

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