Illogica Allegria: 27 gennaio 2011, giornata della memoria

La puntata di Illogica Allegria di questa mattina dedicata alla giornata della memoria.

Giornata della Memoria 2011

 

Fa freddo stamattina, ma non è solo il vento del nord, che
soffia sulla pianura circondata d’inverno, a rendere l’aria gelata
e a far salire i brividi lungo la schiena. Non è solo questo,
oggi è un giorno particolare, è il giorno della memoria,
la data che il mondo ha scelto per non dimenticare più quello
che successe in Europa durante gli anni del Nazismo.

E allora, per ricordare, viene spontaneo pensare ad un uomo: Primo
Levi. Primo Levi era un chimico torinese, ebreo e antifascista, che
scelse di entrare nella Resistenza italiana. Alla fine del 1943 fu
catturato dalla milizia fascista, il 22 febbraio del 1944 fu
caricato su un treno merci insieme ad altri 650 ebrei, diretto al
campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Di quei 650
sopravvissero solo in 20 e Levi, che fu tra quelli, rimase segnato
per tutta la vita da quella discesa negli inferi.

“Se questo è un uomo” è il romanzo che racconta la
quotidianità all’interno del campo e lo fa in maniera
razionale, quasi distaccata, rendendo l’opera e la testimonianza
ancora più drammatiche. Un romanzo costruito sulla falsa riga
della Divina Commedia dantesca, con il quale Primo Levi è
riuscito nell’incredibile tentativo di riportare al mondo le
sensazioni di chi in un campo di concentramento aspettava giorno
dopo giorno, ora dopo ora, l’inevitabile fine.

C’è riuscito anche grazie a passaggi come questo:

Considerate Se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no”

Certi giorni sono diversi dagli altri, oggi è uno di quelli.
Il 27 gennaio del 1945 l’esercito Russo entrava nel campo di
concentramento di Auschwitz e il mondo scopriva l’Olocausto.

È difficile pensare a queste cose, scegliere di mettere da
parte la nostra vita per un attimo e scendere con i pensieri in un
luogo buio. È difficile anche parlarne, si rischia di essere
banali, di non trovare le parole.

E allora mi viene in mente un poeta che è riuscito a trovarle
quelle parole, che è stato capace di raccontare l’abisso con
lo sguardo di un bambino, di un giullare, di un giusto. Roberto
Benigni nel 1997 raccontò la Shoah con il suo film “La Vita
è bella”, lo fece con delicatezza e rispetto, facendosi
aiutare nella ricostruzione storica da Shlomo Venezia uno dei
sopravvissuti di Auschwitz, un uomo che nel campo era addetto alla
pratica più disumana, estrarre i corpi dei suoi compagni dalle
camere a gas e cremarli.

Si temeva che un approccio da commediante a un tema simile potesse
offendere e sminuire la tragedia, ma Benigni ebbe coraggio e
dichiarò in seguito: “La gente mi diceva di fare attenzione
perché era un’idea molto estrema, temevo di offendere la
sensibilità dei sopravvissuti, lo so che tragedia sia stata, e
sono orgoglioso di aver dato il mio contributo, sull’Olocausto e
sulla memoria di questo terrificante periodo della nostra storia,
io non sono ebreo, ma la storia appartiene a tutti”.

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