In nome del progresso sarete sommersi

Il progetto della costruzione di una diga sul fiume Narmada, avviato nell’India meridionale, rischia di generare un disastro ambientale, sociale e culturale di vastissime proporzioni.

L’India vanta 3.300 dighe (è il terzo maggior costruttore nel
mondo) e quelle previste sul fiume Narmada rappresentano un caso
emblematico e senza precedenti nella storia del Paese: si tratta di
un megaprogetto di 3.200 dighe di cui 30 grandi, 135 sbarramenti di
medie proporzioni e il resto bacini di più piccole
dimensioni che dovrebbe fornire energia elettrica e acqua potabile
a milioni di persone.

La verità è invece un’altra ed è molto
probabile che alle popolazioni del Gujarat, in particolare a quelle
del Madhya Pradesh e del Maharashtra, l’acqua non arriverà
mai, perché nel controverso progetto del Narmada Valley
finanziato dalla Banca Mondiale sono previsti programmi
d’intervento che hanno ben poco a che vedere con le motivazioni di
sviluppo locale addotte dalle autorità indiane.

Agricoltura industriale, infrastrutture di trasporti su larga
scala, insediamento di centri industriali, campi da golf, alberghi
a cinque stelle, parchi acquatici, distretti agricoli e mercantili
sono in realtà le vere motivazioni che hanno ispirato le
grandi dighe sul fiume Narmada.

In termini di impatto ambientale il calcolo è presto fatto:
le megadighe influenzeranno la vita di 25 milioni di persone,
distruggeranno foreste antiche e terre agricole produttive,
sommergeranno un numero impressionante di edifici sacri e siti
storici (in tutta la regione se ne contano circa ottomila),
sarà inevitabile l’incremento della diffusione di malattie
epidemiche come la malaria. Senza parlare poi della
sterilità del suolo dovuta alle inondazioni e alla
salinazione.

Il nuovo paesaggio sarà caratterizzato da laghi e bacini
artificiali e centrali idroelettriche che secondo gli esperti
produrranno 1450 Megawatt di energia elettrica. L’ecosistema della
regione ne uscirà completamente mutato, così come lo
scenario umano.

Il governo indiano, infatti, non ha studiato né previsto un’
appropriata politica di reinserimento delle persone danneggiate dal
progetto che vivono nella valle e dipendono esclusivamente dai
fiumi e dalle foreste per la sopravvivenza.

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