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Paolo Rossi (p.s. nell’umile versione LifeGate)

L’attore, comico e cantastorie milanese si racconta ai nostri microfoni. Signore e signori, ecco Paolo Rossi.

Il titolo del tuo spettacolo è “Mistero buffo
(p.s. nell’umile versione pop)”. Perché?

Per dirla tutta il titolo dello spettacolo è “Il
mistero buffo di Dario Fo nella mia umile versione pop”, solo che
è volutamente ambiguo perché non si capisce di chi
è, come non è. Io ho preso i canovacci che sono di
Dario, ho seguito il suo metodo, lui ha sempre lavorato sul
popolare. Sono stato un suo allievo, chiaramente ho preso da lui le
cose più importanti, tra cui quella di rubare e non
rispettare l’autore, ma a volte non rispettarlo vuol dire trattarlo
con tantissimo affetto, anche perché se hai scelto
quell’autore vuol dire che già hai un amore, una passione
per lui.

Chi è per te un maestro e che cosa deve fare per
essere un ‘buon maestro’?

Di maestri ne ho avuti più di uno, sono stato fortunato
perché ho avuto Dario Fo, Giorgio Strehler, Carlo Cecchi,
Giorgio Gaber, Enzo Jannacci. Tutti maestri sul palco, non in una
scuola, in un’accademia, come in una bottega come nei lavori
artigianali. Ho rubato da loro e imparato i trucchi del mestiere.
Il talento va curato come fosse una pianta, per cui può
essere bellissima, ma può anche appassire, avvizzire.

E tu, ti senti maestro?

Così mi chiamano. Mi sento un maestro perché a
me piace dividere. Se io ho una torta e la mangio da solo, passo
una notte d’inferno. Se la divido, faccio una festa. Io divido, non
perché sono generoso, ma perché mi diverto a
dividere.

Hai portato in scena diverse opere, tra cui dei classici.
Che rapporto hai con i classici, come li scegli, come li
reinterpreti?

Quando scelgo io è una sorta di sesto senso, a volte mi
va bene, a volte mi va male. Io sono arrivato con la “Costituzione”
cinque anni prima che diventasse un vero problema. Ho parlato del
Presidente del Consiglio nell’82, mi dicevano perché me la
prendevo con un imprenditore edile, e ho detto: “Aspetta,
aspetta!”. Ho portato “La Commedia da due lire” qui a Milano il
giorno dopo la prima Tangentopoli, beninteso: non sono stato io che
l’ho fatta scoppiare (ride). Porto questo “Mistero Buffo”
sulla Chiesa e scoppia lo scandalo sulla Chiesa. Gli attori che
raccontano storie devono in qualche modo immaginare il futuro, a
volte prevedendo il passato! Sembra un gioco di parole, ma è
così! A volte poi per la scelta dei testi ci sono le
coincidenze. Quando noi abbiamo fatto “Comedians”, stavo facendo un
trasloco, mi è caduta un’enciclopedia del teatro in testa e
si è aperta sulla pagina ‘comedians’. Così, mentre mi
grattavo la testa bestemmiando l’ho guardato e ho detto: “Ma questo
è un testo strepitoso!”. L’abbiamo fatto e abbiamo avuto
fortuna. Quindi a volte è anche la fortuna.

E che cosa ci puoi dire riguardo il problema
ambientale?

Quello dell’ambiente è un problema che viene affrontato
con leggerezza secondo me, con molta superficialità.
L’ambiente riflette un po’come viviamo e noi stiamo vivendo in
questo modo dissennato. Per me l’ambiente non è solo la
natura, ma è anche quello che ha costruito l’uomo, che non
è sempre disprezzabile e che meriterebbe di essere
salvaguardato. Molto spesso non tutto quello che crea l’uomo
è sbagliato, però in un clima di così poca
cura verso la natura, tutto quello che costruisce l’uomo parrebbe
assurdo. Verso un estremismo anche la provocazione a volte va bene.
Per dire, adesso sentivo che se Celentano diventa sindaco vuol
demolire tutti i grattacieli. Ai bambini i grattacieli piacciono,
come i parchi, allora mio figlio mi ha detto: “Ma lo conosci,
papà? Potresti chiedergli di non abbattere l’ultimo
grattacielo che hanno costruito che è molto bello?”
(ride). Io credo che non basta pulire l’ambiente,
bisognerebbe cambiare le nostre teste.

La tua poliedricità ti ha portato a lavorare in
tanti ambiti. Cosa ci dici della radio?

La radio è bellissima perché lascia lo spazio
all’immaginazione più del monologo. Molti autori di teatro
hanno lavorato per la radio o con la radio. La radio è
sempre accesa a casa mia, mi sento collegato col mondo. L’ho anche
fatta la radio. Con Riondino, con Zap Mangusta, mi sono divertito
perché sei costretto a improvvisare in radio e io di
improvvisazione ne ho fatto il pane.

Che importanza ha nei tuoi spettacoli la musica. E per te?
Quali sono gli artisti, cantautori, musicisti che
ami?

Sono amante del pop, del rock, del blues, del jazz. Qualche
mese fa mi hanno proposto la regia di un’opera lirica che
farò a Spoleto ad agosto, sto studiando da sei mesi e sto
cambiando i gusti anche nell’altra musica. E dico: “Ecco da chi ha
preso quello lì!”, in effetti prova sentire Bach e poi
senti i Beatles! (ride). Per quello che riguarda la
musica italiana sono molto più attento ai testi, alla
metrica e capisci quando l’autore gioca onestamente con una frase o
con una rima. “Fare l’amore in tutti i laghi” per me resta
immemore, è talmente brutta che forse ha un senso. Tra
l’altro i laghi sono tristissimi. Sui laghi curano i tisici, i
malati mentali… (ride).

 

A cosa ti fanno pensare queste parole?

Censura, capriole

Democrazia, Barabba

Nemico, m’è venuta ma non la voglio
dire

Conoscenza, studio

Donne, festa

Famiglia, tante

Pianeta, sole

Fabio Fazio, collega

Religione, dio

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