Invito alla crescita personale

“Conosci te stesso” era scritto all’entrata del tempio di Apollo a Delfi. E’ l’invito che rimbalza vivace senza trovare risposta fino ai nostri tempi, domanda spesso dimenticata, trascurata ma sempre viva e potente.

“Sono immenso, contengo moltitudini, mi contraddico” scrive Walt
Whitman, tracciando in un solo verso il manifesto di quella
spinta umanistica
che vivificherà, anche dopo
di lui, la psicologia. Poeta e scrittore americano dell’800, di
lontana origine olandese, Whitman è un cantore della
libertà; pone l’essere umano al centro della sua indagine e
della sua poesia e così facendo offre una delle più
belle tracce di lavoro sull’eterna questione messa in gioco dalle
filosofie di tutti i tempi.

C’è chi arriva a porsi la domanda “Chi sono io?” per
curiosità, chi per l’ambiente culturale in cui cresce e chi
per disperazione, quando rimane l’unica cosa in grado di
risollevare e riorientare lo sguardo dopo una delusione, dopo la
scoperta di non essere eterni e onnipotenti oppure di non poter
basarsi sulla pubblicità in tv per fare progetti per la
propria vita.

Quello che oggi in psicologia si chiama “crescita personale”
è semplicemente questo, affrontare la domanda “chi sono io?”
con l’obiettivo di portarla – aperta – sempre con sé, senza
affrettarsi a dare risposte facili e sicure, destinate
immancabilmente a rivelarsi incomplete e insoddisfacenti. Non
è facile rispondere perché ricchi, molteplici e in
continua evoluzione siamo, e in questo Whitman, da buon
introspettivo, come tutti i poeti, ha visto giusto. Come fare
allora per
rispondere all’appello della vita
che molti sentono,
prima o poi, di mettere in viaggio – metaforicamente parlando –
alla ricerca di sé?

La prima cosa, ed è ancora la filosofia greca a dare il
“la”, è quella di riconoscere di non sapere ancora chi siamo
– “sapere è sapere di non sapere” dice Socrate – e di
mettersi in ascolto pazientemente, umilmente quasi, mettendo da
parte tutte le idee preconcette che abbiamo di noi stessi, quello
che vorremmo essere, quello che gli altri vorrebbero che fossimo,
quello che pensiamo di essere e quello che gli altri pensano che
siamo, per aprirci invece a una pacata osservazione di cosa siamo
effettivamente, momento per momento.

E’ una ricerca lunga, è un puzzle pluridimensionale
quello che dobbiamo costruire raccogliendo frammenti di sensazioni,
emozioni, pensieri, desideri, aneliti, valori, ideali sino a
comporre un’immagine rappresentativa di questa complessità,
in cui non esiste a che sia bello o brutto, giusto o sbagliato, ma
in cui con occhio imparziale, dobbiamo imparare a riconoscere
tutte le diverse sfumature
che fanno parte di quel
mondo intero che chiamiamo “io”. Un mondo che si rivelerà
difficile da descrivere, proprio come un pianeta come il nostro,
come la Terra, è difficile da raccontare e ci vogliono
interi atlanti, con diverse tipologie di mappe per poter dare
un’idea della sua complessità.

Non ci sono scorciatoie per la crescita personale, bisogna
conoscersi a poco a poco e cominciare a percorre e a piedi le
diverse strade del “pianeta che siamo” per sperimentarci nella
pratica e raccogliere informazioni su ciò che ci piace,
ciò che ci riesce meglio, ciò che desideriamo,
ciò che possiamo e ciò che temiamo, per mettere in
luce i nostri punti di forza e riconoscere i nostri limiti,
decidendo quando oltrepassarli per sfida e quando accettarli con
tolleranza.

E’ un lavoro da
esploratori conoscere se stessi
, E’ un lavoro da
svolgere su due diversi fronti, uno esterno e uno interno.
All’esterno, guardando ciò che diciamo e facciamo, notando
come gli altri interagiscono e reagiscono a ciò che diciamo
e facciamo; all’interno – e questo è ancora più
difficile – facendo bene attenzione a ciò che sentiamo
fisicamente, ciò che proviamo emotivamente e anche a quali
pensieri stiamo ospitando e coltivando. Anche il viaggio più
lungo inizia col primo passo, scrive Lao Tzè, quindi,
taccuino alla mano e sguardo attento, con un po’ di tempo ogni
tanto per riflettere sui dati raccolti. Buon viaggio!

Marcella
Danon

 

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