Iraq: il saccheggio dei beni culturali

In Iraq libri e reperti archeologici sono finiti in mano ai saccheggiatori nonostante appelli autorevoli. Anche questo fa mercato (nero).

Martin Sullivan, principale consigliere culturale del governo Bush,
e Gary Vikan, direttore del museo di Baltimoor, hanno rassegnato le
proprie dimissioni. Questo in segno di protesta per come è
stato gestito dalle truppe angloamericane il patrimonio culturale
iracheno durante l’attuale conflitto. Afferma Sullivan dalle pagine
del Washington Post: “avrebbero dovuto prendersi cura delle opere
d’arte come hanno fatto con i pozzi di petrolio.” “…hanno saputo
dislocare gli armamenti e mettere al sicuro pozzi e campi
petroliferi, ma non hanno saputo proteggere il patrimonio culturale
dell’Iraq.” Sullivan parla di “inettitudine del nostro Paese”.
Ma di inettitudine si tratta?

L’America possiede alcuni musei d’arte e di archeologia fra i
più prestigiosi al mondo (Getty, Metropolitan ecc.). Vi
lavorano studiosi di altissima e meritata fama, e fondazioni
private finanziano acquisti dei quali noi in Europa possiamo
soltanto sognare. Ed è proprio questo, cioè il
mercato e la consapevolezza del valore dei beni artistici e
archeologici, che può aver favorito l’accaduto.

Fabio Maniscalco, direttore dell’ Osservatorio Permanente per la
Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi dell’ Isform, ci ha
affermato che al contrario del “business petrolio”, che si preserva
attraverso la presenza di militari vicino ai pozzi, il “business
del patrimonio archeologico” si preserva proprio lasciando
incustoditi i musei, le biblioteche e i siti. In questo modo i vari
trafficanti hanno sicuro accesso a reperti, dei quali il mercato
nero è affamato!
A causa dei tanti accordi che li tutelano, i reperti archeologici
sono merce rara. Ed ecco che con la guerra si apre la
possibilità di trafugarli, soprattutto se lo si fa prima in
modo pianificato. E pare che sia accaduto proprio così, in
Iraq. Molti elementi lasciano supporre che dei 160’000 reperti
saccheggiati, i più preziosi in realtà siano stati
asportati già agli inizi del conflitto, su commissione. Il
saccheggio del popolo, prevedibilissimo e tollerato, non ha fatto
che confondere le acque, a tutto vantaggio del mercato nero.
Un altro esempio: una delle biblioteche nazionali è andata
bruciata. Saranno andati bruciati anche i volumi antichi, preziosi?
O non si troveranno in qualche collezione, anche pubblica, visto
che dopo l’incendio anche gli inventari della biblioteca sono
persi. E – continua a raccontare Fabio Maniscalco – “tutto
ciò che non è catalogato o bruciato sarà
commercializzato”.

Eppure esiste un accordo internazionale, la “Convenzione sulla
protezione dei beni culturali nei conflitti armati”, che dal 14
maggio 1954 lega 103 Paesi, tra i quali però non figurano,
guarda caso, gli Usa e la Gran Bretagna.

Rita Imwinkelried e Paola Magni

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