Iron And Wine – Kiss Each Other Clean

La svolta pop di Sam Beam nell’album Kiss Each Other Clean.

Il 2011 si apre alla grande per Iron And Wine, artefice nel 2007 di
The Shepherd’s Dog, una delle più intriganti uscite degli
ultimi anni. Dopo sette anni in Sub Pop, durante i quali Samuel
Beam ha sfoderato una scrittura sempre in crescendo, arriva il
cambio di etichetta: il passaggio in Warner riguarda solo gli
States, per il resto del mondo scende in campo la storica 4AD. La
discografia del barbuto Sam si arricchisce di un nuovo album, il
disco della svolta: Kiss Each Other Clean si propone in modo
diverso, con sonorità meno eccentriche e solo in alcuni casi
stratificate, all’insegna di un songwriting più semplice ma
sempre riconoscibile.

Se intendiamo, come avrà fatto lo stesso Sam, la
semplicità come «complessità risolta»,
troviamo una buona chiave di lettura per l’album, che sviluppa una
maggior concisione e una compiuta centralità melodica. Sam
Beam ha dichiarato: «È un album pop più
concentrato, ho immaginato potesse suonare come quei dischi che le
persone hanno ascoltato in macchina con i genitori e con i quali
sono cresciuti, quella musica radio friendly di metà anni
70». Riferimenti autobiografici e religiosi animano le 10
tracce, a partire dall’apertura in medias res: Walking Far From
Home – scelta come singolo – nel ripetere quell’imponente unica
strofa è una sorta di Mind Games del nuovo millennio.

Se il folk-rock di The Shepherd’s Dog era il punto di fusione tra
svariate influenze, persino dub e psichedeliche, Kiss Each Other
Clean – registrato con Brian Deck nell’arco di 9 mesi tra Chicago e
Austin – rivela un sound intimista e asciutto, con efficaci
combinazioni di voci e suoni (elettronica compresa) tra struggenti
punte di malinconia (è il caso di Tree By The River e
Godless Brother In Love). Sam tiene fede alla scelta di
arrangiamenti più immediati ma non privi di ricercatezza,
alterna atmosfere e ambienti diversi, dalla ballata increspata di
Glad Man Singing al rock e jazz rétro, con i fiati di Stuart
Bogie, di Me And Lazarus e Big Burned Hand.

Ancora una volta emerge la prepotente influenza dei Beach Boys (le
amabili melodie di Half Moon) ma il riferimento ai classici
americani anni 70 passa anche per Supertramp, Steely Dan, la
produzione di Phil Spector. A chi si era innamorato del disco del
2007, gioiellini come Your Fake Name Is Good Enough For Me, gli
accenni disco-funk di Monkeys Uptown e la matrice africana-minimale
di Rabbit Will Run riserveranno piacevoli sorprese. Ritorno
graditissimo per un autore ormai maturo, con un disco da assaporare
ascolto dopo ascolto.

Donato Zoppo

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