Jet-lag Antropologia e altri disturbi da viaggio

“Jet-lag”, nel libro si viene trascinati in una doppia lettura: una ci riguarda le nostre esperienze, mentre l’altra i disagi derivati dal lavoro sul campo

Viaggiare solo per conoscere diversità programmate, assaggiare cibi addomesticati, affrontare rischi pattuiti per contratto. E se lo stress è stato eccessivo, o soprattutto imprevisto, la notizia di questi giorni è che ci si potrà rivalere sull’agenzia di viaggio.

Eppure, come negare che il viaggio è cambiamento, dunque disagio? Proprio il nostro corpo, ci ricorda l’autore fin dal titolo, è il primo a darci il segnale di una nuova dimensione in atto. Da concreto disturbo, riconosciuto dai medici, il jet-lag o malattia da ambientamento, si trasforma nel libro in un’ottima metafora per analizzare la psicologia di una categoria speciale di viaggiatori: gli antropologi.

Il lettore viene così ben presto trascinato in una doppia appassionante lettura: quella che lo riporta alle sue personali esperienze e quella più accademica, ma assolutamente affascinante, sui disagi derivanti dal lavoro sul “campo” come fonte di conoscenza antropologica. Come bambini che calzano per un attimo le scarpe dei grandi, spinti da una sottile curiosità per l’esperienza del professionista, anche noi umili viaggiatori, potremo forse attraverso questo libro, ridare autenticità ai nostri passi.

Estratto dal libro “jet-lag” di Franco La Cecla

Il jet-lag è sempre esistito, nel senso proprio di difficoltà a passare da un posto ad un altro distante migliaia di chilometri, ma oggi prende un nuovo significato. Ricorda che il trovarsi a proprio agio dappertutto è una stupida illusione di ricchi che credono – per il solo fatto di avere distrutto le caratteristiche proprie di ogni luogo, costruendovi Holiday Inn e Novotel – di aver cancellato la propria incapacità di affrontare il disagio.

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