Johannesburg e il protocollo di Kyoto

La rivincita dell’Unione Europea sui gas serra. Il protocollo di Kyoto non si baserà su accordi volontari ma sarà obbligatorio il taglio delle emissioni.

Dopo aver perso sul campo delle energie rinnovabili l’Europa
ottiene una sigificativa vittoria politica sul protocollo di Kyoto.
Una vittoria che evidenzia la distanza tra la qualità
ambientale europea e quella del sistema statunitense che non campia
la propria posizione nei confronti della diminuzione dei gas
serra.

Il protocollo di Kyoto non è basato su accordi volontari
che, come dimostrato dal piano d’azione di Johannesburg hanno dato
finora scarsi risultati, ma è un sistema operativo che rende
obbligatorio il taglio delle emissioni e sanzioni contro i
trasgressori.
Il protocollo entrerà in vigore dopo la ratifica di 55
Paesi. Tra questi dovranno però esserci 34 Paesi
industrializzati in una percentuale che rappresenti almeno il 55%
delle emissioni di CO2. Dopo il ritiro degli Usa (che da soli
producono il 36,1% dei gas), è necessario che almeno la
Russia (17,4%) firmi, altrimenti il quorum del 55% non sarà
raggiunto e il protocollo salta.

Da ieri il protocollo si è arricchito di tre nuove adesioni:
Russia, Canada e Cina infatti hanno utilizzato il palcoscenico del
summit mondiale sullo sviluppo sostenibile per annunciare la loro
ratifica dell’accordo sul taglio delle emissioni dei gas serra. La
Cina addirittura, essendo un Paese in via di sviluppo, non ha
obblighi di taglio delle emissioni inquinanti fino al periodo
2008-2012, ma la sua decisione segnala chiaramente quale sia la
volontà di orientamento del suo sviluppo rispetto alle
problematiche ambientali.

Intanto il piano d’azione di Johannesburg, a meno di una svolta
cruciale nella giornata di oggi con la dichiarazione politica
finale, viene ampiamente criticato dalle associazioni ambientaliste
che vi hanno partecipato. Il documento infatti non fissa obiettivi
e scadenze per il rilancio delle fonti rinnovabili e apre la porta
al rilancio delle grandi dighe; non riduce gli ingenti sussidi che
rendono conveniente l’uso dei combustibili fossili; manca anche
l’intesa sui diritti delle donne: dall’interruzione di gravidanza
(e quindi sulla tutela della salute dei nascituri) e
sull’infibulazione (e quindi sulla tutela della salute delle
donne).

 

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