L’aggressività

L’aggressività ha varie forme e numerose cause. Un raffinato scrittore, Carlo Castellaneta, ci conduce nel cuore dell’aggressività.

L’aggressività, dice Castellaneta, si può già
riconoscere dai tratti del volto, la durezza della mascella o la
sporgenza esasperata degli zigomi: “Quasi tradissero un moto
istintivo, una intenzione inconfessata, una vocazione inconsapevole
da parte di chi li possiede a imporsi, a sopraffare gli altri.”

Ma esiste anche un’altra forma di aggressività, più
nascosta, e per questo più subdola: “Essa è fatta di
dissimulata avversione, di piccole resistenze, di minime
diffamazioni, a volte inconsce, che però lasciano un segno
indelebile in chi le riceve.”

Castellaneta ci offre una stimolante riflessione anche sulla genesi
dell’aggressività: “Si aggredisce per affermarsi, per
imporsi, ma anche semplicemente per esistere, per non essere
travolti, per dar voce al proprio fiato. Così infinite volte
sono aggressivo per puro riflesso, condizionato dalle affermazioni,
sospinto dall’antagonismo di chi mi sta attorno, e preme per
emergere, agitandosi frenetico in questo mare tempestoso che
è la società, dove chi non sa nuotare finisce per
andare a fondo.”

Castellaneta scriveva queste cose circa vent’anni fa, in un
contesto sociale che in alcune forme strutturali è rimasto
inalterato.
Anzi, mai come oggi l’uomo vive la sua esistenza in modo talmente
frenetico, che per non scomparire è quasi costretto ad
aggredire l’ambiente che lo circonda.

Sull’aggressività come disposizione malvagia, palese o
nascosta, verso l’altro, la discussione non lascia spazio a
fraintendimenti, più complessa risulta, invece,
l’aggressività come risposta “condizionata”, inconscia
all’insostenibilità dell’ambiente in cui viviamo.

In altre parole, accanto ad un’aggressività istintuale e ad
una calcolata, malvagia, si parla anche di aggressività “di
riflesso”, quasi una sorta di stimolo – risposta, di difesa della
propria immagine.

Fabio Gabrielli

 

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