L’alchimia del silenzio

Al medico, Ippocrate, consigliava di osservare la massima segretezza, di comportarsi con estrema discrezione e di fare silenzio sui segreti del paziente

“Quando sarò ammesso all’interno di un’abitazione, i miei
occhi non vedranno ciò che succede e la mia lingua
tacerà i segreti che mi saranno confidati”. Sono
raccomandazioni, non imposizioni, ma con esse Ippocrate voleva
porre le basi per costruire e tutelare due principi fondamentali
della relazione medico-paziente: la fiducia e la confidenza.
È proprio nell’ombra del segreto che germoglia, infatti,
questo particolare rapporto. Al suo interno potrà
svilupparsi e fiorire nel tempo il potere taumaturgico del medico,
vale a dire la capacità d’influenzare così
positivamente il malato con la sua autorevolezza, da guarirlo anche
grazie al potere di convinzione.

In altre parole, il medico come alleato, che aspetta la guarigione
insieme al paziente e gli comunica fiducia nelle sua
capacità di reazione.

Senza questi presupposti, senza la complicità del silenzio
discreto, il medico non potrà mai incidere sul paziente,
né curarlo pienamente dai suoi mali. Non riuscirebbe, ad
ottenere quei particolari, anche i più intimi e
inconfessabili, che invece gli permetterebbero, sul piano fisico di
mirare il suo intervento e su quello psicologico di sostenerlo nel
difficile percorso della guarigione.

Una visione romantica del rapporto medico-paziente?
Non proprio. La psicosomatica prima, le ricerche neurofisiologiche
poi, hanno ricordato al mondo della medicina la forza benefica di
questa complicità tra individui. La capacità del
medico di sostenere il malato anche nei momenti più duri e
trasmettergli fiducia nelle sue potenzialità, diventa una
qualità professionale indispensabile.

Licia Borgognone

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