L’articolo di “Liberazione”

Contro la fame nel mondo – “Liberazione”

Articolo di “Liberazione” : ci pensa Fabrizia Pratesi del Comitato Scientifico
Antivivisezionista a “rivendicare l’appartenenza al movimento” del
popolo degli animalisti e dei vegetariani in quanto “si tratta
dell’unica e forse dell’ultima occasione per frenare lo strapotere
delle multinazionali”. L’occasione è la presentazione di un
appello rivolto alla Fao, all’Unione Europea e al Governo italiano
per “un’alimentazione più equa, sana e solidale per tutti”,
appello sottoscritto da numerose associazioni che si occupano di
diritti degli animali, come Animalisti Italiani PeTa, la DeA Donne
e Ambiente, l’Ente Protezione Animali, Imperatrice Nuda, la Lega
Abolizione Caccia e la storica Lega Anti Vivisezione, insieme ai
vegetariani della Società Scientifica di Nutrizione
Vegetariana o del Progetto Vivere Vegan, il tutto sotto l’ombrello
internazionale della Global Hanger Alliance (l’Alleanza globale
contro la fame), un organismo internazionale che riunisce
più di 90 gruppi sparsi per il mondo. L’appello,
sottoscritto fra gli altri da personalità come Margherita
Hack, Dario Fo, Roberto Vecchioni, Peter Singer, Fulco Pratesi, Don
Luigi Ciotti, Giobbe Covatta e Gianni Vattimo, chiede che ci si
impegni per una sostanziale riduzione del consumo di carne
attraverso misure volte a disincentivare sia l’eccessivo consumo di
carne che gli allevamenti intensivi, una vera bomba ambientale e
sociale per il pianeta.

L’ubriacatura carnivora
Se la scelta di seguire una dieta vegetariana fa parte della sfera
soggettiva, le conseguenze dell’elevato consumo di carne riguardano
tutti e hanno un forte peso nel disequilibrio alimentare globale.
Non a caso durante la conferenza stampa che si è tenuta ieri
per presentare l’appello e lanciare la campagna “Contro la fame
un’altra alimentazione è possibile” le classiche
argomentazioni salutiste e animaliste sono state quasi del tutto
soppiantate da considerazioni di carattere più generale.
È noto da tempo il pesante costo ambientale, economico e
sociale dell’ubriacatura carnivora. Solo in Italia il consumo di
carne è cresciuto da 18,8 chili a persona negli anni
Cinquanta a 83,8 chili degli anni Ottanta, un incremento
vertiginoso che è stato reso possibile solo attraverso la
creazione di mega-allevamenti intensivi “senza terra”. In questo
modo si è riusciti a realizzare un sostanziale abbattimento
dei costi, offrendo prodotti più economici ai consumatori,
ma si è rotto un antico equilibrio. Per mandare avanti le
“fabbriche di animali” servono “fabbriche di cereali” dove viene
fatto largo impiego di concimi chimici, diserbanti e pesticidi che
contribuiscono enormemente all’inquinamento agricolo e trasformano
il letame, un tempo prezioso concime, in un rifiuto inquinante.
Gli allevamenti intensivi comportano anche un ampio utilizzo di
sostanze farmacologiche – estrogeni, antibiotici, sulfamidici,
eccetera – reso necessario dalla concentrazione degli animali
oppure scelto come scorciatoia per ottenere risultati produttivi
più rapidi e redditizi. Tutte sostanze che alla fine ci
ritroviamo nel piatto e che vanno a sommarsi ai danni provocati da
un eccessivo consumo di carne, quasi certamente connesso con
l’insorgere di alcune fra le malattie più diffuse nei paesi
ricchi, come le patologie cardiovascolari o i tumori dell’apparato
digerente.
Come ha sottolineato Ilaria Innocenti, del movimento Uomo Natura
Animali “con le proteine vegetali nobili impiegate nell’industria
zootecnica, si potrebbero nutrire sette miliardi di esseri umani”.
Ogni anno circa 145 milioni di tonnellate di cereali e soia vengono
destinati all’alimentazione degli animali da allevamento, con una
perdita di oltre l’80 per cento di potenzialità
nutritiva.

Fame di proteine
In alcuni paesi pesantemente sottoalimentati, terreni e risorse
vengono destinati all’allevamento per l’esportazione oppure alla
produzione di vegetali da esportare per l’alimentazione animale: un
ciclo interamente gestito dalle grandi società
transnazionali, che penalizza l’agricoltura di sussistenza dei
piccoli coltivatori locali e incrementa la distruzione delle
foreste tropicali per fare spazio ai pascoli e alle colture.
Ma questo non è che il passato. Ciò che si va
profilando è una vera e propria “rivoluzione zootecnica
globale” che prevede un raddoppio del consumo di carne nei prossimi
20 anni e quindi la moltiplicazione esponenziale degli allevamenti
intensivi. Per far fronte alla domanda, e per sfuggire agli ormai
ben noti problemi ambientali causati dagli allevamenti industriali,
l’industria zootecnica ha messo in moto un classico processo di
delocalizzazione: le produzioni inquinanti vengono trasferite
altrove. Così gli alevamenti intensivi di maiali, polli e
pesci traslocano nei paesi in via di sviluppo, dove le normative
sanitarie e ambientali, così come quelle relative ai diritti
del lavoro e al benessere degli animali, sono inesistenti.
Non a caso fra le richieste presentate alla Fao dalla Global Hunger
Alliance, oltre all’avvio di progetti che riducano la superficie
territoriale destinata alla produzione di cereali e soia da
allevamento, mantenendo invece modelli alimentari locali, si chiede
espressamente di disincentivare la delocalizzazione della zootecnia
intensiva, un argomento che, soprattutto nel campo della
itticoltura, si profila come uno dei punti caldi del Summit
sull’alimentazione.

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