L’aspetto psicologico della sperimentazione

Esistono forti componenti psicologiche nel comportamento che gli uomini assumono nei confronti degli altri animali. Basti pensare alla suscettibilit

C’è una persistente, tenace volontà da parte
dell’opinione pubblica a non prendere in considerazione il problema
della crudeltà verso gli animali.
Le cause sono genetiche e culturali. Quelle genetiche risiedono in
un comportamento programmato nel nostro DNA contro ogni tipo di non
sé. A questo si è aggiunto, nel corso di milioni di
anni, un particolare comportamento aggressivo dell’uomo.
L’aggressività dell’uomo, milioni di anni fa, era
eminentemente difensiva. Lentamente, da preda, l’uomo divenne
predatore. Ci fu una selezione che premiò i soggetti
più aggressivi i quali insegnarono l’aggressività ai
loro discendenti cosicché quest’ultima diventò anche
una cameristica culturale. Questa aggressività, per ovvie
ragioni di convivenza, nel clan o nella tribù, è
stata sempre incanalata verso il non sé.

Come si collega tutto questo alla situazione attuale e,
specificamente, con l’uso degli animali come modello scientifico
biologico? I nostri comportamenti sono in aspetto mascherato della
nostra genetica reazione contro il non sé e un aspetto della
nostra aggressività patologica, che viene razionalizzata,
dichiarando gli animali privi di anima, privi di intelligenza,
semplici macchine (Cartesio), o privi di “mente” anche se
possiedono l’encefalo.
Si tratta di razionalizzazioni ridicole, ma convincono quasi tutti
perché fanno leva su una base genetica, poi divenuta anche
culturale. Convincono quasi tutti perché si basano
sull’antica paura dell’uomo della sofferenza e della morte, dunque
anche sulla paura di essere oggetto di sperimentazione.
La frase che convince tutti è sempre uguale: “Preferite che
si sperimenti su cani e gatti o sui vostri figli?” Tutti scelgono
cani e gatti, non rendendosi conto che, così facendo, si
condannano i figli ad essere oggetto di sperimentazione
inconsapevole e senza controlli legali. Si lascia cioè
incontrollata, priva di leggi efficaci, di limiti, di controlli
rigorosi la (esistente) sperimentazione sugli esseri umani.

La sperimentazione su animali rassicura, quindi fa vendere i
prodotti sperimentati. A ciò si aggiunge la reclamizzazione
diretta e indiretta di questo modo di agire, costituita dalle
interviste, dichiarazioni, pareri, congressi, meeting, articoli e
libri scientifici che, negli ultimi due secoli, hanno creato la
convinzione che la scienza può tutto, che la scienza
progredisce con la ricerca e che la ricerca si fa sugli animali. A
questi fattori si aggiungono il condizionamento che l’opinione
comune, la società, opera sui singoli membri;
l’utilità diretta di questo modo di agire per i singoli
individui che si adeguano all’opinione comunemente diffusa. Infine,
fra gli aspetti psicologici, c’è l’abitudine. Chi ha
praticato la vivisezione lungamente, non potrà mai
ammettere, di fronte a se stesso, di essere stato sempre in errore,
oppure non potrà respingere totalmente i valori in cui ha
creduto.

Bruno Fedi

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