L’oro nero e il mare

Il disastro della petroliera Prestige, al largo della Galizia,

Torrey canyon, Exxon Valdez, Amoco Cadiz, Haven, Erika, Prestige…
sono questi alcuni dei nomi della “flotta nera”, le petroliere che
nell’ultimo trentennio, con i loro disastrosi naufragi, hanno
creato un nuovo tipo di catastrofe, questa volta assolutamente
artificiale: la marea nera.

Coste imbrattate da onde marroni sollevate a fatica da un cupo mare
calmo; uccelli marini irriconoscibili divenuti patetici pupazzi
avvolti da una sorta di scura melassa; volontari dalle tute
colorate impegnati a tentare di arginare l’avanzata delle chiazze
oleose o intenti a spalare le spiagge ormai lorde; pescatori e
gente del posto dallo sguardo sgomento di fronte ad una tragedia
annunciata ma sempre pensata per altri.

Queste le immagini che ci trasmettono, anche in queste settimane, i
mass-media. Danni e drammi ambientali, economici, di lavoro. Eventi
che cambiano un paesaggio spesso splendido, stravolgendone le
forme, i suoni, gli odori, addirittura i colori. Eventi che
influenzano la salute di chi oggi vive in quei luoghi ma con
conseguenze anche nel futuro e su aree più ampie di quelle
direttamente colpite dalla marea nera.

Così è stato calcolato che il 50-70% dell’ossigeno
atmosferico viene prodotto dall’attività dei vegetali
viventi nelle acque dolci e marine. E proprio sull’acqua il
petrolio si espande come un sottilissimo velo, una sorta di
“domopack” che avvolge il mare come una pellicola che riduce e
spesso impedisce del tutto ogni scambio con l’atmosfera. In questo
modo una tonnellata di greggio può ricoprire 12 Kmq. di
superficie liquida, e per rendere biologicamente inutilizzabile un
milione di litri d’acqua può bastare un solo litro di “oro
nero”. Un dato troppo spesso dimenticato ma che parla da solo.
Eppure tutto ciò potrebbe essere fermato, attuando sin da
subito accordi internazionali ormai sottoscritti da tempo ed
applicando moderne tecnologie ampiamente disponibili.

  • Le carrette del
    mare

    Navi varate negli anni ’70 sono ancora in circolazione trasportando
    sostanze pericolose, senza essere dotate di doppio scafo e spesso
    con equipaggi raffazzonati e privi di una reale competenza
    professionale.
  • Chi paga i
    danni?

    Sul petrolio tutti guadagnano, e anche molto, ma quando è
    l’ambiente a subire dei danni nessuno vuole pagare. E’ tempo di
    cambiare le regole del gioco.
  • Il mediterraneo,
    un mare sino ad oggi miracolato

    Il Mediterraneo vede transitare una parte consistente del traffico
    mondiale di idrocarburi. Vanno quindi adottate reali misure
    preventive per evitare i disastri che già hanno subito i
    grandi oceani e che in un bacino chiuso come quello del “Mare
    nostrum” sarebbero letali.
  • Adriatico e laguna
    di Venezia: un rischio incalcolabile

    Centinaia di petroliere solcano ogni anno l’alto Adriatico e quasi
    ogni giorno una di esse entra addirittura in laguna di Venezia. Ci
    vuole poco ad immaginare cosa succederebbe in caso di
    incidente.
  • Per non dimenticare
    Riassunto dei principali casi di affondamento di petroliere, con
    conseguente fuoriuscita di greggio che ha causato gravi danni
    ambientali, avvenuti negli ultimi decenni

a cura di
Armando Gariboldi

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