La Cina a cavallo della globalizzazione

Nel dicembre 2001 l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), oggi l’apertura totale del suo mercato con gravi conseguenze sociali.

La politica economica, avviata da Pechino dalla fine degli anni
’70, aveva, fino ad oggi, mantenuto al riparo dalla concorrenza
estera, molti dei suoi settori industriali: la liberalizzazione del
commercio e degli investimenti stranieri era selettiva ed in
funzione dello sviluppo interno.

Ora però la Cina ha notevolmente abbassato i dazi doganali
per rispettare gli impegni presi all’entrata nella Wto, che le
impongono un’apertura quasi totale del mercato interno.
I cambiamenti riguardano principalmente una riduzione delle
barriere tariffarie e di licenze e quote, e l’autorizzazione ad
investimenti stranieri, il tutto attuabile entro e non oltre il
biennio 2005/2006.

L’accesso alla Wto si inserisce nella logica di una strategia di
sviluppo dell’economia a lunga scadenza, e consentirà alla
Cina di rafforzare ulteriormente la sua posizione nel commercio
internazionale, ma la preoccupazione maggiore riguarda l’evoluzione
sociale che ne conseguirà.

La disoccupazione di massa e i lavori informali sembrerebbero
fenomeni a rischio di incremento, legati come sono al passaggio al
mercato allargato e le tensioni sociali sono destinate ad aumentare
dal momento che l’atteggiamento politico, a differenza di quello
economico, si è tutt’altro che “globalizzato” in senso
liberale, facendo riaffiorare lo spettro di Piazza Tienanmen.

I consistenti aggiustamenti strutturali che ne derivano rendono
necessaria una politica di trasferimenti di risorse pubbliche e di
sostegno per limitare i costi sociali, che il paese non sembra
ancora in grado di attuare.

a cura di
Massimiliano_Percio

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