La contemplazione della totalit

La filosofia antica ha come sua caratteristica principale l’indagine sul tutto, lasciando le parti alle scienze specifiche. Le letture di Aristotele, di Platone e di alcuni presocratici lo evidenziano in modo splendido.

La filosofia, come già detto, è un bisogno originario
dello spirito umano. Nasce dalla naturale tensione dell’uomo a
contemplare: dal greco “theorein”, da cui, per esempio, teoria.

Ma su cosa il filosofo esercita la sua contemplazione? Sull’intero
dell’essere, ovvero non su spicchi isolati di realtà, ma sul
tutto.
Ecco Aristotele: la filosofia “non si identifica con nessuna delle
scienze particolari: infatti nessuna delle altre scienze considera
l’essere in quanto essere in universale, ma, dopo aver delimitato
una parte di esso, ciascuna studia le caratteristiche di questa
parte. Così fanno, ad esempio, le matematiche.”

Non diversamente Anassimandro e Parmenide.
Leggiamo il primo: “Il principio… comprende in sé tutte le
cose e a tutte le cose è guida… ed è il divino…
ed è immortale e imperituro”.

Altrettanto chiaro è Parmenide: “Bisogna che tu tutto
apprenda e della verità ben rotonda il solido cuore e dei
mortali le opinioni, in cui non è certezza verace; peraltro
anche questo imparerai: come l’esistenza delle apparenze sia
necessario che ammetta chi in tutti i sensi tutto indaga.”

Al di là dei diversi contesti storici e delle loro
specifiche implicanze speculative, ciò che emerge dalla
lettura di questi frammenti è il costante riferimento ad una
visione di tutta la realtà, uno studio radicale sui principi
primi, sulle cause originarie del mondo e della vita.

Da ultimo, Platone conferma quanto detto con straordinaria
pregnanza: “Chi è capace di vedere l’intero è
filosofo, chi no, no.”
Insomma, mentre il matematico, il fisico, il medico… si occupano
di settori specifici della conoscenza, sia pure con competenza e
pubblica utilità, il filosofo guarda in modo disinteressato
alla globalità del conoscere, mosso da puro amore per il
sapere.

Fabio Gabrielli

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