La cura di Andrés Beltrami

Una casa sul mare, un padre da assistere. Dei fiori di cui occuparsi. Fuori un cane nero. E un giorno, in questa monotonia arriva uno straniero.

All’inizio è fuori, sulla soglia, e viene aggredito dal
cane. È un uomo venuto da lontano, spinto dal mare, che ora
non riesce nemmeno ad alzarsi. Sul suo fianco una lunga e profonda
ferita, segno evidente di lotta e violenza. Ma chi è, cosa gli
è successo e perché è qui?

 

La donna non gli chiede nulla inizialmente, anzi, decide di
accoglierlo nella casa, sua e del padre, e di prendersi cura anche
di lui. Lo fa con il silenzio essenziale dei gesti e con la
discrezione che una lunga solitudine le ha donato. Tra loro,
pochissime parole.

 

Nello scenario della baia in cui è ambientato il romanzo
d’esordio del giovane Andrés Beltrami ci sono pochi dialoghi e
pochi routinari gesti: l’atmosfera complessiva è eterea, come
quella che si può respirare in alcuni momenti dell’alba o del
crepuscolo, quando gli oggetti e le persone hanno una luce
speciale, metafisica. Quando si apprezza la solitudine e i ritmi si
fanno rallentati, distesi. Tuttavia, nella luce evanescente del
romanzo ci sono zone oscure: i periodi continuano a singhiozzare e
in alcuni punti la lettura fatica a procedere, perdendo molto
vigore. Peccato.

In queste pagine ci sono tante domande, ma non ci sono risposte
esplicite: sebbene le storie di ogni personaggio non vengano
raccontate apertamente, le suggestioni e gli accenni riescono a
dare pienezza e spessore ad ognuna di loro. Quella di una donna
schiva, che ha fatto della cura per gli altri la sua vita, ma che
ora vuole fuggire. Quella di un padre immobilizzato a letto dalla
malattia, ma tenace nei confronti della vita. E quella dello
straniero, ferito, provato da un lungo viaggio, con una storia da
raccontare e una lettera da scrivere e da spedire.

 

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