La filosofia come guida all’azione (seconda parte)

La filosofia greco-romana non disgiungeva affatto il momento teoretico, contemplativo, dalla sua incarnazione pratica.

Ecco, a questo proposito, due testimonianze emblematiche della
filosofia concepita come altissimo “esercizio spirituale”.

Iniziamo dal Socrate del “Critone” platonico, testimone
dell’insegnamento non violento della giustizia, intesa come
autentica pratica di vita: «Non si deve disertare, né
ritirarsi, né abbandonare il proprio posto, ma, e in guerra
e in tribunale e in ogni altro luogo, bisogna fare quello che la
Patria e la Città comandano, oppure persuaderle in che
consiste la giustizia; invece far uso di violenza non è cosa
santa, né nei confronti del padre, né nei confronti
della madre, né tanto meno nei confronti della
patria».

Continuiamo con Aristotele, che, nel “Protrettico”, offre
all’uomo di ogni tempo una luminosa testimonianza sul nesso tra
sapienza e vita: «Di conseguenza tutti gli uomini perseguono
soprattutto l’esercizio della sapienza. Infatti, amando il vivere,
essi amano l’esercizio della sapienza e il conoscere, poiché
per nessun’altra ragione apprezzano il vivere, se non per il senso
e soprattutto per la vista. E sembrano amare questa facoltà
nel più alto grado, perché essa, rispetto agli altri
sensi, è come pura e semplice scienza».

La sapienza, dunque, coincide con la vista, ovvero con la
capacità di contemplare la realtà per coglierne gli
aspetti essenziali, vitali e fecondi per la nostra anima.

Concludiamo con Seneca, che, nel “De clementia” ribadisce a
tutto tondo lo stretto legame tra scuola filosofica e bene comune:
«Nessuna scuola possiede maggior bontà e dolcezza,
nessuna dimostra maggior amore per gli uomini, maggiore attenzione
per il bene comune. Il fine che ci assegna è quello di
essere utili, di aiutare gli altri e di non preoccuparci soltanto
di noi stessi, ma di tutti in generale e di ognuno in
particolare».

Fabio Gabrielli

Articoli correlati