La fortezza come sentimento del limite e cammino morale

Per Tommaso d’Aquino la fortezza consiste è un misto di potenza, di espansione del proprio io e di pazienza, di capacità di sopportazione.

Come dice Tommaso d’Aquino la fortezza consiste nell'”operare fermamente”, nel rimuovere ostacoli e nel coraggio con cui vengono affrontate le difficoltà della vita; è, insomma, un misto di potenza, di espansione del proprio io e di pazienza, di capacità di sopportazione.

Natoli, giustamente, fa notare come: “Chi è forte sopporta perché riconduce nell’ambito della propria iniziativa ciò che per altro verso è costretto a subire. Ma ciò a cui l’uomo non può sfuggire, ciò che deve inevitabilmente subire, è la propria morte. E non tanto quella che giunge alla fine, quanto piuttosto le molte morti che attraversano la nostra vita: la salute malferma, gli amori perduti, i bersagli mancati. Per prendere su di sé il proprio limite c’è bisogno di forza: questa forza feconda è virtù”. La fortezza, dunque, svela la sua natura più intima all’uomo capace di sopportare, appunto con forza, i limiti connessi alla sua situazione originaria di essere carente, limitato, segnato dalla contingenza.

Per il catechismo della chiesa cattolica la fortezza è una delle 4 virtù cardinali. Numerose sono le sue rappresentazioni allegoriche.
Per il catechismo della chiesa cattolica la fortezza è una delle 4 virtù cardinali. Numerose sono le sue rappresentazioni allegoriche. La fortezza, Sandro Botticelli (foto di DeAgostini/Getty Images)

Chi intende la fortezza solo come espansione indiscriminata della propria potenza è destinato inevitabilmente allo scacco esistenziale; di contro, chi sa accettarsi come essere fragile e mortale, farà della propria vita un vero cammino morale.

Ecco le splendide parole di Solženicyn: “Se l’uomo fosse nato, come sostiene l’umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa Terra non può essere che ancor più spirituale: non l’ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l’intero cammino della nostra vita diventi l’esperienza di un’ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell’intraprenderlo”.

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