La mia terapia? Dolly – di Franco Bomprezzi

“Pet therapy”, un nome inglese scientifico, per definire qualcosa di caldo e benefico: l’amicizia con un animale, come ci racconta Franco Bomprezzi

Sul settimanale “Vita – il magazine del non profit” in edicola

questa settimana compare una lettera aperta di Franco Bomprezzi,
giornalista che vive e lavora in carrozzina in seguito agli esiti
di una malattia congenita, l’osteogenesi imperfetta.

 

Il titolo dell’articolo, “Una terapia di nome Dolly”.

“Sto scrivendo al computer. Improvvisamente lei
appoggia le zampe sul bracciolo della mia carrozzina e mi guarda.
Io controllo l’ora. Ha ragione. Devo portarla fuori, ho un margine
di tolleranza di un quarto d’ora, o poco più. Si chiama
Dolly. Da due anni io e Nadia abbiamo adottato questa trovatella,
di lombi assai discutibili. Alta fino al mozzo della mia ruota,
lunga come un bassotto corto, qualche vaga rassomiglianza con un
bonsai di dobermann, versione “premio della bontà”. Sono
andato in pieno agosto al canile di Monza, gestito dall’Enpa.
Cercavo un cane di piccola taglia. Ho trovato un amico
inseparabile.
La scusa era che volevo sentirmi buono e generoso, dopo tutti quesi
servizi televisivi sui cani abbandonati all’inizio delle vacanze. E
poi sostenevo che avrebbe fatto compagnia a Nadia, mia mogli, nei
tanti, troppi, giorni nei quali io sono in giro per l’Italia. Il
risultato è che adesso né lei nè io saremmo
capaci di vivere senza Dolly. Per fortuna non sa leggere queste
righe, sennò ne approfitterebbe.
Ho pensato a lei, in questi giorni di “emergenza solitudine”. Lei
che concepisce come “normalità” la sua vita con due persone
– dico due – in sedia a rotelle. Quando arriva in casa qualche
amico “camminante”, per di più alto, è imbarazzata e
inquieta. Noi siamo il suo metro di paragone, e perfino la sua
protezione: quando ha paura si infila sotto le ruote della
carrozzina, trasformandola in una sorta di carro armato.
Gli inglesi scrivono “pet-therapy” e così tutto assume un
sapore triste di medicina. Per Nadia e me è più
semplice, sappiamo che Dolly è importante per la nostra
vita, senza esagerare, quanto basta. E allora penso che a fine
agosto qualche altro amico disabile o anziano farebbe bene a
seguire il modesto consiglio. Non temete: i piccoli sacrifici
iniziali saranno ripagati. Io percorro a rotelle almeno un
chilometro al giorno, grazie a Dolly. Prima mi facevo spingere dal
primo che passava. Nadia, quando ho un momento di malinconia, le
passa la mano lungo il dorso e l’accarezza. La solitudine si
può vincere anche così, senza bisogno di medicine e
di protezione civile”.

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