L’uomo al tempo della globalizzazione e la morale

L’uomo al tempo della globalizzazione possiede delle indicazioni molto precise sul come valutare il proprio lavoro: può essere calcolato l’effetto del suo operato, può esserne calcolata l’efficacia.

Automotivato dal potersi autovalutare, tende alla sua
rigogliosità, alla sua espansione, alla sua perfezione, si
muove al di fuori del bene e del male, perché non per questo
sarà giudicato, ma in base alla sua produttività.

Egli ha rinunciato alla distinzione tra bene e male, per adottare
quella tra fruttuoso e infruttuoso, il succedaneo economico della
morale. Apparentemente a cambia e la crescita è assicurata,
il sistema produttivo accelera se si libera di inutili carichi.

L’obiettivo è conseguito; il risultato è certificato
dalla soddisfazione dell’individuo, egli è felice di essere
parte integrante di un sistema funzionante, accessorio servile che
persiste nella sua presunzione/illusione di essere indispensabile o
perlomeno utile.

Il succedaneo funziona meglio dell’originale, come il muro di
specchi costruito dai media è più efficace di quello
di Berlino, come le celebrità che hanno sostituito gli eroi
sono più adatte al ruolo di icone divinizzate.

Il sistema in funzione crea una comunità autosufficiente,
intollerante, che non sopporta a di diverso da sé, non
concepisce l’esistenza dell’alterità ma al suo posto
è pronto ad offrire un’apparente varietà che soddisfi
i più estrosi, relegandoli però sempre al suo
interno.

E’ quest’apparente normalità a compiere la tragedia dello
spegnimento dell’individuo, disposto così, a sua insaputa,
ad abbandonarsi alla fatalità, apparentemente a quella di
sempre, ma, a ben guardare, al suo interno non vi troviamo
più quel concetto di giustizia che ne era anima portante,
sostituito dal suo succedaneo, un cinismo semi-disincantato che
invece di liberarci ci porterà all’anamento personale che
oggi, per esempio, si chiama noia o incapacità di godere di
se stessi.

Massimiliano
Percio

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