Ischia tra storia e cultura

Cultore e custode di antichi saperi e profumi dell’isola d’Ischia, il capitano Floro invita a navigare nel tempo tra greci, Romani e Saraceni

Passeggiando per le viuzze di quella piccola meraviglia che
è Sant’Angelo di Ischia, sono stato attratto da un
foglietto, incollato al vetro della cartoleria, stilato con una
macchina da scrivere e poi, probabilmente, fotocopiato: ” Nella
vigna dell’ Encadde il capitano Floro vi aspetta per una visita nel
Vitiarium “. Lo ammetto: sono un curioso. Ma un nome biblico (come
la vigna nella terra di Gerico), quel sapore di mare mescolato alla
campagna nell’apposizione di “capitano” e quel latino finale
(Vitiarium) mi hanno subito “conquistato”. Ho chiamato il numero
indicato e ho fissato un appuntamento. Il capitano, con parole
decise, mi precisò che ci saremmo dovuti incontrare presto,
molto presto, per goderci il primo sole e per non soffrire il gran
caldo delle ore più tarde. Alle 06:30 ero sul posto. L’aria
frizzante della prima mattina era di buon auspicio. Salimmo per una
ripida strada di campagna lungo le pendici del monte Epomeo. Aperto
il cancello fui invitato ad inoltrarmi lungo un vialetto
costeggiato da bassi muretti in pietra e coperto da una verde
pergola di viti con verdi grappoli rigogliosi che spuntavano qua e
là tra le foglie. Il capitano Floro mi si
presentò.

Il suo nome è Antonio D’Abundo, ma tutti lo conoscono
come Floro. Classe ’59. Discendente di una famiglia della
cittadina di Panza ( famiglia censita già nel 1500 ) il
capitano ha viaggiato su navi mercantili attraverso il mondo per
molti anni ma poi, non trovando posto più bello e
accogliente di Ischia, è ritornato a casa, si è
stabilito a Forio, si è sposato con Carmela, ha avuto
quattro bei figli , ha aperto una cartoleria e si è
dedicato? a rendere terreno un sogno. Con pazienza certosina,
sobbarcandosi spese e ,qualche volta, subendo l’indifferenza di
alcuni conterranei, ha ricercato e salvato da sicura
“dimenticanza”, se non estinzione, almeno 50 tra vitigni autoctoni
o di antica tradizione ischitana. Vitigni di quell’isola che un
tempo si chiamava Aenaria, Terra del vino, e di cui il capitano
Floro è orgoglioso discendente.

E’ un uomo di sogni il capitano Floro. Ha ereditato questo morso
di terra, abbarbicato sulla montagna a 600 metri di altezza, dove
di mattina, tra le zolle, si vedono chiaramente alzarsi i vapori
caldi delle fumarole (il caldo respiro del ciclope Tifeo, sepolto
sotto l’isola ). Ha dissodato e ripulito ; ha ridato forza ai
muretti di pietra delle balze; poi, ultimo cultore di una storia
millenaria, è andato a cercare per tutta l’isola i vitigni
abbandonati e li ha amorevolmente ripiantati in questa vigna del
Paradiso.

Dovete vedere il posto. Il silenzio della campagna , rotto solo
dal rumore lontano di un trattore, è un silenzio verde di
foglie e grappoli che si stanno maturando. Questo silenzio si sposa
con l’azzurro intenso e calmo di un mare che ricorda l’approdo dei
primi errabondi greci e con il celeste leggero di quella morbida
tenda sospesa nell’aria che è il cielo di Ischia, irrorata
da un sole maestoso. Da questa pace celeste affiora la voce del
capitano Floro che racconta, racconta a chi vuole ascoltare. Non
solo il capitano ha salvato una parte della cultura agricola
isolana ma, con lavoro solerte e attento, ha effettuato un’attenta
analisi lessicale dei nomi dei vitigni e dei vini locali e si
è addentrato con sagacia nel mezzo delle tradizioni
popolari, raccogliendo aneddoti, storie, leggende. Come per l’uva
bianca Don Lunard , nata dagli escrementi di un tordo che ne aveva
defecato un seme vicino alla porta di casa del prete Don Lunard. O
come nel caso del vino, frizzante e leggero, il Saccapana, che
trae il suo nome dalla “sacca del pane”, cioè la bisaccia
dove i contadini mettevano un tozzo di pane e un contenitore di
vinello per sostenersi durante i duri lavori in campagna.

O come per l’uva “cuoglinar” che è stata riproposta in
italiano come “coglionara” ma che con gli attributi maschili non ha
a a che spartire; in effetti , ha scoperto il capitano, il nome in
questione è una contrazione delle parole “cogli-denari”. La
“coglionara” è un’uva da tavola, dall’acino grande,
croccante e dolce: coltivata sui pendii vicino al mare, maturava
precocemente e consentiva ai contadini di “raccogliere denari” in
anticipo rispetto ai tempi di raccolta e commercializzazione delle
uve da vino. Mille storie racconta il capitano mentre con amorevole
attenzione mi mostra i vari filari e ,tra le zolle smosse, mi
dettaglia anche gli elementi fisiologici dei vitigni, come nel
caso del vitigno Cannamela, che ha delle gemme che, appena
sbocciano, si presentano con delle foglioline dai bordi violacei
che sembrano delle roselline. Prende tra le mani ,con forza e
insieme con dolcezza, le foglie della vite Don Lunard e mi esalta
il loro colore di smeraldo. Mi racconta che la vinificazione a
Ischia si rifà al pensiero filosofico greco, per il quale
ogni cosa ha un’anima e quindi è come un essere vivente, che
ha il diritto di essere trattato con cura e attenzione,
affinché , una volta bevuto, ci possa donare la sua forza,
il suo coraggio e?la sua felicità.

Con orgoglio mi apre la porta e mi mostra i due suoi palmenti
(cioè le strutture per la vinificazione), che risalgono al
1500 e al 1700 e mi spiega che la vinificazione “in chiaro” fu
probabilmente sperimentata per la prima volta al mondo proprio ad
Ischia, nel 1500 : il mosto, cioè, venne separato dalle
bucce e dai raspi prima di essere riposto nelle botti per la
fermentazione.

Ma anche sugli strumenti da lavoro c’è da raccontare; e
così una modesta zappa si arricchisce dei nomi dei suoi
componenti : le cive ( fatte di lamierino ), il chignulo ( cunei di
legno di quercia, limone, lentischio o sorbo ), l’anello ( posto a
15 cm dalla zappa serviva a non far spaccare l’asta ) l’asta ( di
castagno stagionato ) e la zappa stessa ( da 50 a 6 cm, a seconda
se fosse servita per zappare, tagliare o pulire ) .

Ma il tempo vola e si fanno le 12.30 senza che me ne accorga.
Che si fa? Il capitano prende dei tralci secchi, li piega e accende
un piccolo fuoco: sopra vi pone una griglia. Con gesti rapidi
taglia delle gran fette di pane casereccio; prende due pomodori, li
pulisce prima sul dritto dei calzoni e poi li strofina sulle fette
di pane, che nel frattempo ha “bruschettato” su quel fuoco
profumato. Un po’ di carta sul gran tavolo di marmo che guarda
verso il mare e il pranzo è servito. Da bere? Due bicchieri
di vino rosso rubino che invero può esser definito “nettare
degli Dei”!

Stefano Dini

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