Latte corretto alla diossina

Non è la prima volta, né sarà l’ultima, che il problema dei residui chimici interessa il latte di mucca.

Non è la prima volta, né sarà l’ultima, che
il problema dei residui chimici interessa il latte di mucca. Negli
allevamenti convenzionali gli animali hanno un sistema immunitario
messo sotto stress dalla vita al chiuso e dai mangimi artificiali,
poco controllati e ottenuti con metodi di coltivazione forzata
(pesticidi e fertilizzanti chimici). Gli allevatori tentano di far
fronte al continuo ammalarsi degli animali con trattamenti
farmacologici a base di antibiotici e somministrano loro ormoni per
favorirne la crescita. Inevitabilmente, queste sostanze finiscono
nel latte che ci beviamo.

La leggerezza con cui trattiamo l’ambiente si ripercuote sulla
catena alimentare. La diossina rilevata nel latte di mucca, che ha
portato oggi al sequestro di 12 strutture da parte dei Nas, ancora
una volta lo dimostra. La combustione selvaggia del materiale
plastico non inquina solo l’aria che respiriamo. Inquina i foraggi
destinati all’alimentazione degli animali da allevamento e, di
conseguenza, contamina ciò che gli animali producono per
noi.

Una valida alternativa al latte “corretto alla diossina” la
troviamo in quello proveniente da allevamenti biologici. Parliamo
di allevamenti a misura di animale, controllati e certificati, che
usano foraggi naturali e non mangimi con organismi geneticamente
modificati, farmaci omeopatici e fitoterapici per curare le
malattie degli animali. Questi accorgimenti fanno del latte
biologico un alimento più sicuro.

Le opportunità del biologico, a livello di alimentazione
umana, dovrebbero essere prese in considerazione soprattutto dalle
mamme in allattamento. Uno studio del Wwf inglese “Chemical
Trapass: a toxic legacy” (Pericolo chimico: una eredità
tossica) denuncia la presenza nel latte materno di sostanze
chimiche pericolose provenienti proprio dalla dieta alimentare
della madre. Lo studio stima che i neonati inglesi sono esposti ad
agenti tossici da 10 a 40 volte di più di quanto è
consigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Paola Magni

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