Liberazione animale. Prefazione all’edizione Net 2003

di Peter Singer.

Dopo più di un quarto di secolo dalla prima edizione di
questo libro, molti abitanti dei paesi industrializzati ignorano
ancora i metodi con cui viene prodotto il cibo che mangiano, e non
è certo un caso: i produttori di carne e di uova si
adoperano con ogni mezzo perché la situazione non cambi.
Recentemente una troupe televisiva americana, incaricata di
realizzare un programma a me dedicato, ha proposto di riprendermi,
mentre discutevo di liberazione animale, con alcuni animali sullo
sfondo. “D’accordo” ho risposto “ma non voglio inquadrature con
cani o gatti in braccio, perché non dev’essere questa
l’immagine della liberazione animale. Mostriamo invece come vivono
altri animali, riprendiamo le galline o i suini in batteria di un
tipico impianto di allevamento”. “Benissimo” hanno commentato,
aggiungendo che avrebbero contattato alcune fattorie del New
Jersey, dove mi trovavo per lavoro, e che mi avrebbero informato
non appena avessero individuato il luogo adatto. Una settimana dopo
mi hanno richiamato, ammettendo il proprio insuccesso: nessuno
degli allevatori interpellati aveva concesso loro l’autorizzazione
a filmare. Si erano persino rivolti all’Animal Industry Foundation,
una lobby favorevole allo sfruttamento degli animali, secondo la
quale gli allevatori americani non hanno a di cui vergognarsi per
le condizioni di vita del bestiame: ebbene, persino questa
organizzazione non ha trovato un solo allevatore disposto ad
accogliere la troupe.

Negli anni novanta gli europei hanno conosciuto più da
vicino l’industria alimentare grazie al morbo della mucca pazza e
all’afta epizootica. La prima ha insegnato loro che le fiabe che
leggono ai propri figli sono ormai obsolete: le mucche non mangiano
soltanto erba, e ormai non sono nemmeno erbivore. Per aumentare
l’apporto proteico della loro dieta vengono alimentate con i resti
triturati di animali macellati. Mentre l’epidemia di afta
epizootica dilagava in Gran Bretagna, ogni sera il telegiornale
mostrava alla gente l’uccisione di centinaia di migliaia di animali
che, presumibilmente, avevano contratto la malattia (nella maggior
parte dei casi si trattava di forme poco gravi ma che, se non
fossero state debellate, avrebbero messo in ginocchio
l’esportazione di carne del paese). Ciò a cui la gente ha
assistito in quell’occasione è la dimostrazione
inconfutabile che i moderni sistemi di allevamento trattano gli
animali come oggetti, come semplici mezzi per realizzare i fini
dell’uomo, senza riconoscere loro alcun altro scopo autonomo.

Dopo questi avvenimenti molti hanno preso contatto con i gruppi
animalisti e le organizzazioni vegetariane, alla ricerca di
alternative ai prodotti animali. Diventare vegetariani è una
decisione giusta, indipendentemente da quando viene presa: ma prima
che la popolazione fosse testimone di tutte quelle uccisioni, che
cosa credeva succedesse agli animali di cui si cibava? Pensava che
morissero di morte naturale? Stupisce che abbia impiegato tanto a
capire la vera natura dell’industria animale moderna.

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