Odifreddi e I Ching

Odifreddi, nell’articolo in questione, si spinge fino a definire “miseri”, i 64 esagrammi del I Ching, e, i relativi commenti, “oscuri”.

Il matematico Piergiorgio Odifreddi annovera lo I Ching, Il Libro dei
Cambiamenti
, nella nutrita schiera dei “libri della
sorte” o “della ventura”, “di quei libri, cioè, che
millantano di fornire un aiuto divinatorio per districarsi nei casi
della vita ?affidandosi all’estrazione di bastoncini o al tiro di
monete” (La Repubblica, 3 novembre 2006, pag. 47).

L’ angolatura culturale da cui muove Odifreddi, tipicamente
scientista e dall’alto della quale il pensiero occidentale si erge
maestoso con le sue certezze, non riesce a vedere le grandi
corrispondenze tra psiche e materia, tra interno ed esterno, tra
visibile ed invisibile e continua a ragionare in termini di “se una
cosa è dimostrabile è vera, se non la si può
dimostrare è falsa”. Temibile davvero, questo ricorso
continuo ed esclusivo all’emisfero cerebrale sinistro, quello
razionale (chiamatela mente-pensiero, se volete), senza lasciare
che l’emisfero cerebrale destro, quello intuitivo e poetico
(chiamatelo cuore-sentimento,
se volete), abbia – almeno qualche volta – la possibilità di
eludere le continue censure alla vita, per imporre le quali il
primo lavora a tempo pieno.

Il Classico dei Cambiamenti, invero, non ci predice la fortuna o
il futuro, come vogliono i suoi detrattori, bensì ci
rappresenta ciò che – nel presente – è meglio per noi
nella situazione che ci preme; non è uno “mezzo”
divinatorio, non mira alla determinazione di un evento futuro, ma
fornisce l’apprendimento di una evoluzione naturale in corso, di un
processo, così da consentire di adattarsi meglio alla
direzione evolutiva ed acquisire l’attitudine a non lasciarsi mai
mettere fuori gioco dal cambiamento
continuo
(l’unica cosa che non muta mai è la
legge che tutto muta). In tal modo noi andiamo a scoprire i germi
vivi che sono presenti nella situazione e dai quali, ciò che
si svilupperà, non poteva non svilupparsi.

Per comprendere bene il concetto è sufficiente osservare
una semplice ghianda: dentro il suo lucido e delizioso involucro,
nel grande mondo dell’invisibile, esiste una forte spinta futura,
quella della quercia. La ghianda diventerà solo ciò
che è destinata a diventare, perché dentro di
sé ha il disegno incorporato del suo futuro. Ebbene gli
antichi cinesi dicevano che il futuro è sempre presente
sotto forma di seme, perciò se sappiamo contrarre l’albero
nel seme, sappiamo anche prevedere come l’albero si
svilupperà dal seme. Se conosco il nucleo centrale della
situazione sono dunque in grado di prevederne le conseguenze. L’I
Ching ci fa conoscere proprio il nucleo centrale della situazione
per la quale lo si interroga.

Odifreddi, nell’articolo in questione, si spinge fino a definire
“miseri”, i 64 esagrammi del I Ching, e, i relativi commenti,
“oscuri”. Questi “miseri” 64 esagrammi non sono altro che una
mirabile e completa elencazione delle principali situazioni
archetipiche, come le definisce C.G.Jung, con le quali l’essere
umano viene quotidianamente a confrontarsi perché presenti
dentro di lui e nell’inconscio collettivo; gli archetipi diventano
i nostri miti individuali ed esigono di essere compresi e tradotti
nel mondo reale allo scopo di rigenerare la nostra vita
personale.

E’ interessante, piuttosto, domandarsi per quale motivo i
commenti del I Ching possano a qualcuno risultare così
“oscuri”. Per un poeta come Jorge Luis Borges l’accesso alla
sapienza del I Ching non doveva risultare tanto impedito; egli
infatti ha scritto un breve poema, per celebrare questa opera
fondamentale dell’umanità, intitolato “Para una
versiòn del I King” in cui tra gli altri splendidi e
suggestivi versi, scrive “Quien se aleja de su casa
ya ha vuelto
” (Chi si allontana dalla propria casa
è già tornato) espressione difficilmente
comprensibile da parte dell’emisfero sinistro (razionale, digitale,
occidentale) e che per essere condivisa reclama l’intervento anche
di quello destro più intuitivo e poetico, molto usato da chi
ama la poesia.

In un film del 1997 “Contact”, con Jodie Foster nella parte di
una scienziata spaziale, c’è una scena magistrale in cui il
fidanzato di questa compie un estremo tentativo di spiegarle che
nella vita non può essere tutto dimostrabile – come lei
sostiene – scientificamente e che quindi vi sono cose importanti
che pure sfuggono ad ogni dimostrazione: prima, le chiede se ella
amava molto il suo genitore scomparso quando era piccolina e, poi,
ottenuta la risposta affermativa che ci si aspettava, le dice
perentoriamente: “Dimostramelo!!!”

Andrea
Biggio

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