Bici, corsa e via ferrata per lasciare solo impronte in montagna

Bici, corsa e via ferrata per lasciare solo impronte in montagna

Nella prima serie LifeGate Outdoor, Stefano Gregoretti attraversa la val di Fassa in tre discipline: bici, corsa e via ferrata. Guarda tutti gli episodi sul triathlon di montagna all’insegna della sostenibilità.

LifeGate Outdoor | Il triathlon delle Dolomiti

Episodio 1 – Stefano Gregoretti

Nell’episodio 1 della serie sul triathlon di montagna in val di Fassa, il protagonista Stefano Gregoretti si racconta. Scopri di più sull’agronomo ed endurance athlete.

Episodio 2 – Il territorio

La val di Fassa fa da padrona dell’episodio 2 di questa serie LifeGate Outdoor. Per sapere di più sulle caratteristiche di questo territorio unico, vai alla sezione di approfondimento.

Episodio 3 – Il percorso

Da Predazzo fino alla cima di Mezzo del Sassopiatto, scendendo poi per (quasi) lo stesso percorso. Nell’episodio 3, Stefano Gregoretti descrive l’itinerario del triathlon di montagna realizzato con LifeGate Outdoor.

Episodio 4 – La bicicletta

Nell’episodio 4, Stefano Gregoretti percorre la prima tratta da Predazzo al rifugio Sella in bicicletta per 33 chilometri. Scopri di più su come la bici unisce sport e mobilità sostenibile.

Episodio 5 – La corsa

Stefano Gregoretti raggiunge l’attacco della via Oskar Schuster di corsa, e nell’episodio 5 racconta alcune delle tecniche più efficaci per praticare trail running. Per saperne di più, leggi l’intervista.

Episodio 6 – La via ferrata

Nell’episodio 6, Stefano Gregoretti conquista la cima di Mezzo del Sassopiatto percorrendo la via ferrata Oskar Schuster. L’importante non è raggiungere la cima ma come lo si fa: ne parliamo qui.

LifeGate Outdoor, sport e sostenibilità

Dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai hai osato.

Da una lettera di Chris McCandless a Ron Franz scritta prima di partire per l’Alaska

In pochissimi sono disposti ad abbandonare tutto per una vita immersi nella natura come fece il viaggiatore Chris McCandless, protagonista del libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer. In molti, però, si avventurano là fuori, dalle vette più alte ai fondali più profondi, in cerca di quel qualcosa in grado di completarli. Per vivere pienamente ogni respiro e ogni momento, e sentirsi connessi con il battito della Terra. Non è un caso che le discipline sportive appartenenti alla sfera dell’outdoor – parola inglese che significa, letteralmente, “fuori dalla porta (di casa)” – siano apprezzate da un pubblico vasto e in espansione.

Questi non sono semplicemente sport che vengono praticati all’aperto, ma prevedono l’immersione in un contesto naturale, e spesso esistono in funzione di esso. Chi li fa, dunque, deve adattarsi alle caratteristiche dell’ambiente ed essere pronto ad affrontare la sua imprevedibilità. Le discipline outdoor non sono solo avventurose e adrenaliniche, ma per loro natura necessitano di una conoscenza approfondita dei luoghi in cui si svolgono. Ed è da questa attenzione per il territorio, e dal contatto con esso, che nascono la compassione e il rispetto che le caratterizza.

LifeGate Outdoor, al confine tra sport e sostenibilità

Con LifeGate Outdoor vi portiamo a conoscere le esperienze e i personaggi che esprimono valori quali il rispetto per l’ambiente e per le persone nella pratica sportiva immersa nella natura.

La prima serie LifeGate Outdoor nasce dalla necessità di promuovere forme di turismo sostenibile in relazione al crescente interesse per gli sport outdoor. Nello specifico, l’itinerario sviluppato dal triatleta, ultrarunner ed esploratore Stefano Gregoretti ci porta a scoprire il territorio della val di Fassa in bici, di corsa e per via ferrata. Come le altre discipline outdoor, queste sono riconosciute per i loro benefici per la salute, il benessere e le relazioni sociali, e la loro capacità di connettere le persone al loro patrimonio naturale e culturale, ma anche di generare fondi per la conservazione, sostenere le economie locali e contribuire a una maggiore consapevolezza ambientale. Questa l’analisi di uno studio pubblicato sulla rivista Sustainability nel 2019.

Le persone interessate o appassionate alla sfera dell’outdoor possono conoscere meglio le sue discipline in modo olistico insieme a noi. LifeGate Outdoor, infatti, offre a tutti l’opportunità di approfondirne non solo gli aspetti sportivi, ma anche quelli ambientali e sociali. Non importa il livello, ma la voglia di uscire dalla porta di casa per dedicarsi al proprio benessere psicofisico attraverso lo sport e, così facendo, esprimere valori quali il rispetto per l’ambiente e per le persone: trasformando quindi un’attività che si fa per sé in un qualcosa che fa bene a tutti. L’outdoor non è solo performance, adrenalina e scenari spettacolari, ma è uno stile di vita radicalmente diverso, in grado di portarci “a fare cose che mai hai osato”.

Per condividere questi valori e queste esperienze, LifeGate vi porta a conoscere i personaggi che meglio esprimono la connessione profonda tra sport e sostenibilità, e tra esseri umani e natura. Atleti di successo che hanno raggiunto obiettivi importanti, ma soprattutto persone che non badano solo al traguardo e che invece tengono gli occhi sempre aperti per conoscere ed esplorare quello che gli sta intorno.

Il triathlon delle Dolomiti, la prima serie

Si parte, dunque, con la prima serie LifeGate Outdoor in cui Gregoretti compie il triathlon delle Dolomiti per esplorare gli scenari della val di Fassa, in provincia di Trento – dai paesi del fondovalle fino all’iconica cima di Mezzo del Sassopiatto. “L’idea era di attraversare tutti gli strati della valle usando solo la forza delle mie gambe”, racconta Gregoretti. “Non è un progetto sportivo, ma volto ad aprire gli occhi a un modo rispettoso di vivere la montagna”.

Il viaggio continua per conoscere meglio Gregoretti e le discipline che lo appassionano, ma soprattutto per scoprire perché, per lui, lo sport è la chiave per entrare in sintonia con la natura.

L’idea era di attraversare tutti gli strati della valle usando solo la forza delle mie gambe.

Stefano Gregoretti

Chi è Stefano Gregoretti

Non è semplice trovare un termine per esprimere chi è Stefano Gregoretti. Agronomo, atleta, ultrarunner sono tutte parole che descrivono quello che fa, ma solo in parte. Forse la più adatta sarebbe “esploratore”. Non si ritiene però un esploratore in senso classico – anche se si avventura in alcuni dei luoghi più remoti del Pianeta, “praticamente ogni angolo del mondo è già stato percorso”, sostiene. Si definisce un endurance athlete, che significa che percorre distanze molto lunghe utilizzando solo la propulsione del suo corpo: in bici, di corsa o trainando una slitta, si muove sempre e solo con la forza delle sue gambe. Compie spedizioni in tutto il mondo, dalle terre gelate dell’Artico alle distese torride di deserti come quello del Namib e della Patagonia, a volte da solo e a volte con altri, sempre alla ricerca della conquista non solo del traguardo fisico ma anche dei suoi limiti. I suoi viaggi, dunque, sono soprattutto interiori, un’esplorazione di se stesso e delle sue risorse.

La sua fame di avventura non lo porta solo in terre lontane, ma a vivere con entusiasmo e curiosità anche il territorio italiano, dalla costa e la campagna del riccionese, dove è nato nel 1974 e tutt’ora vive, alla montagna, la sua grande passione. “Lo sport è sempre stato un mezzo per godermi la montagna”, racconta.

Lo sport è sempre stato un mezzo per godermi la montagna.

Stefano Gregoretti

Stefano Gregoretti durante una spedizione
Stefano Gregoretti e Ray Zahab affrontano un pendio innevato durante la spedizione TransKamchatka © Stefano Gregoretti

L’outdoor come scoperta

“Ho cominciato con il nuoto da piccolissimo perché avevo problemi di schiena ed era l’unica attività che potevo fare. Poi man mano ho aggiunto altri sport, come la corsa. Correvo spesso nei boschi casentini e volevo sapere di più su quegli alberi che avevo intorno – non solo che alberi fossero ma come funzionavano anche a livello biomolecolare”. In parallelo al percorso di atleta, la sua sete di conoscenza lo ha condotto alla professione di agronomo. Due mondi che, in Gregoretti, si fondono in modo simbiotico.

Ad esempio, è anche grazie alla sua conoscenza degli alberi che è stato in grado di compiere la prima traversata in autosufficienza della penisola artica della Kamchatka in Russia – in pieno inverno – insieme al compagno di molte avventure, il canadese Ray Zahab. Invece di portarsi 40 chili di gasolio per cucinare e scaldarsi, è stato sufficiente trasportare una leggera stufa a legna e affidarsi alle risorse del territorio per avanzare oltre 500 chilometri in temperature fino a 40 gradi sottozero. “L’osservazione degli alberi guidava la scelta di dove mettere il campo”, spiega Gregoretti.

“Per questo mi alleno, per essere al massimo delle condizioni nell’affrontare questo tipo di situazioni”, aggiunge. “Ci vogliono circa dodici mesi di preparazione per una spedizione. Posso anche arrivare a correre fino a 250 chilometri in una settimana. Ma l’allenamento che faccio è sempre mirato, dipende dal mio obiettivo, e comunque è sempre stato un mezzo e non un fine, eccetto quando mi sono dedicato al massimo al triathlon”.

Gregoretti, infatti, è stato anche un triatleta prima e un trail runner poi impegnato in gare come l’Iron Man – che prevede 3,8 chilometri di nuoto, 180 di bici e 42 di corsa – e raggiungendo traguardi importanti come il primo posto nella Yukon Artic Ultra, 160 chilometri nel gelo invernale del nord del Canada, nel 2013 e un altro oro nella Gobi March, 250 chilometri nel deserto del Gobi in Cina, lo stesso anno. Durante una delle tante gare nel deserto ha incontrato Zahab, con cui Gregoretti ha fondato l’associazione impossible2Possible che utilizza l’avventura come mezzo per educare e ispirare i giovani, portandoli a vivere esperienze che li incoraggiano ad andare oltre i propri limiti percepiti.

In seguito all’incontro con l’amico canadese e con il mondo delle spedizioni, il rapporto con l’agonismo è cambiato. “Non c’era più la fame di gara, girare così in tondo guardando l’orologio non mi piaceva più”, spiega Gregoretti. La voglia, da lì in poi, è stata sempre e solo di avventura.

Val di Fassa, un territorio unico

Per trovare l’avventura non serve andare dall’altra parte del Pianeta, e Gregoretti lo sa bene. Per quanto sia attratto da terre lontane, anche il patrimonio naturale dell’Italia lo appassiona, ed è l’outdoor lo strumento che utilizza per esplorarlo. Uno dei luoghi per lui più speciali sono le Dolomiti, teatro del triathlon di montagna compiuto insieme a LifeGate Outdoor.

Il suo interesse per territori ricchi di bellezza e caratteristiche naturali lo ha condotto in val di Fassa, che apprezza non solo per le sue montagne, ma anche per la sua biodiversità – a partire dagli alberi. “Man mano che si sale di altitudine ci sono fasce climatiche diverse e cambiano gli alberi, fino ad arrivare alla zona delle conifere”, spiega. Queste dominano i boschi della val di Fassa, che ricoprono il 40 per cento della sua superficie.

I boschi e gli animali della val di Fassa

Fino ai 1.800 metri, padrone della valle è soprattutto l’abete rosso, utilizzato come materiali per i violini sin dai tempi di Antonio Stradivari, riconosciuto per essere stato uno dei migliori liutai mai esistiti, che individuò questo legno come quello perfetto per la costruzione delle casse armoniche grazie alla sua particolare capacità di risonanza. Ad accompagnare l’abete rosso è spesso il larice, che forma anche dei gruppi puri soprattutto tra i 1.700 e 2.000 metri. “È l’unica conifera che perde gli aghi”, spiega Gregoretti. “Infatti, l’autunno è forse il periodo più bello per visitare questa zona perché il colore delle foreste prende fuoco”.

Larice rosso
Il larice è l’unica conifera che perde gli aghi © Luca Bravo/Unsplash

Altra caratteristica del patrimonio forestale della valle è la sua gestione attenta. Sin dal 1923, nel territorio della provincia di Trento è obbligatoria la programmazione dell’utilizzo delle risorse forestali e dei pascoli, che mira a essere razionale e sostenibile. Ogni dieci anni viene fatto un inventario che determina la disponibilità e la qualità della legna e del legname, e definisce i criteri per l’utilizzo dei pascoli, analizzando anche la presenza di fauna e le funzioni ricreative e turistiche del territorio. “La sfida più grande, ora, è sicuramente ripristinare i boschi dopo Vaia”, osserva Gregoretti, citando la violenta tempesta che a ottobre 2018 ha distrutto più di 40mila ettari di bosco tra Trentino Alto Adige e Veneto.

Dopo la terra dei boschi, salendo di quota si passa a quella delle rocce e dei pascoli di alta montagna, dove a regnare solo animali come la marmotta, il camoscio, lo stambecco, il lupo e l’orso. “Come trail runner, il mio preferito non può che essere il camoscio”, racconta divertito Gregoretti, “perché è in grado di andare dove noi ci sogniamo di arrivare, e lo fa senza sforzo”.

Nei tempi antichi il camoscio aveva le corna dritte, lunghe e sottili a mò di fusi. … Spericolato, agile e forte come nessun animale dei monti, scorrazzava lungo le rocce con balzi e scatti che ricordavano bagliori di saetta. Succedeva però che, proprio in virtù del suo estremo coraggio, gli capitassero parecchi incidenti. Molti camosci morivano cadendo dalle crode o scivolando sui ghiacci dei pendii congelati dall’inverno.

Capitò che un tiepido maggio una camoscina alla sua prima maternità dette alla luce due bei cuccioletti. … Un giorno, mentre tornava dai figli sfrecciando lungo una cresta di rocce verticali, scivolò e iniziò a precipitare. L’ultimo pensiero andò ai suoi cuccioli. “Moriranno di fame” pensò.

Il Signore andò in suo aiuto. Improvvisamente la camoscina si trovò ferma sospesa nel vuoto. Le sue corna si erano piegate all’indietro come uncini d’acciaio che, agganciandosi alla roccia, ne avevano arrestato la caduta. Da quel giorno i camosci nacquero con le corna curve all’indietro e ne morirono molti di meno per capitomboli.

Racconto tratto da Storie del bosco antico di Mauro Corona

I monti pallidi

A coronare tutte le creature della val di Fassa, tra cui gli esseri umani naturalmente, sono i cosiddetti “monti pallidi”; le pareti, le torri e i massicci delle Dolomiti. In quanto patrimonio mondiale naturale dell’umanità dell’Unesco, riconoscimento arrivato nel 2009, “questo territorio non è solo nostro ma è un bene di tutti”, sottolinea Gregoretti. “La sua preservazione è la cosa più importante: tramandare questa bellezza per quelli che verranno dopo”.

La preservazione di questo territorio è la cosa più importante: tramandare questa bellezza per quelli che verranno dopo.

Stefano Gregoretti

“Le Dolomiti sono considerate uno dei paesaggi di montagna più belli al mondo”, secondo l’Unesco, cioè l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. “Presentano una varietà straordinaria, per quantità e concentrazione, di formazioni calcaree differenti, tra cui vette, torri, pinnacoli e alcune delle pareti verticali di roccia più alte al mondo. Anche il suo valore geologico è di importanza internazionale”. Queste montagne, infatti, custodiscono ancora le testimonianze della vita marina di un passato lontano: 290 milioni di anni fa erano sommerse da un mare tropicale, e si possono trovare ancora i resti fossilizzati di coralli, molluschi, alghe e pesci.

Sono apprezzate anche per “la gamma impressionante di colori che le caratterizza, a partire dal contrasto tra le rocce pallide e le foreste e i pascoli sottostanti”, si legge nei documenti Unesco. Tra i colori più unici ci sono quelli dell’enrosadira, un fenomeno che si manifesta all’alba e al tramonto quando la luce del sole entra in contatto con il magnesio contenuto nella roccia dolomitica, un carbonato doppio di calcio e magnesio, producendo un colore rosso fuoco. Ed è proprio questo spettacolo a ricompensare Gregoretti delle sue fatiche quando, alla fine dell’ascesa, raggiunge la cima di Mezzo del Sassopiatto – il traguardo del triathlon di montagna in val di Fassa.

La montagna in tre discipline

Il territorio unico delle Dolomiti attrae milioni di visitatori da tutto il mondo ogni anno (fatta eccezione di questo), con una crescita del numero di turisti di attorno al 10 per cento da quando è diventato patrimonio dell’Unesco poco più di un decennio fa. Da un lato questa è una grande risorsa economica, dall’altro flussi di questo tipo necessitano di una gestione attenta. Per migliorare l’esperienza dei visitatori stessi, evitando situazioni come le file spaventose che si sono create quest’estate per accedere a passi, impianti di risalita e rifugi in val di Fassa. Ma soprattutto per ridurre l’impatto sul territorio, che altrimenti rischia di essere compromesso proprio in virtù della sua bellezza.

Il triathlon di montagna in val di Fassa nasce dall’esigenza di mostrare come si possono percorrere tutti i luoghi di questo ambiente senza ricorrere a mezzi inquinanti. Le pratiche e lo spirito degli sport outdoor offrono un modo sostenibile di viverli.

Il percorso in val di Fassa vuole essere da stimolo per per chi fosse interessato ad andare in montagna in modo divertente, appagante e poco impattante cimentandosi in una se non tutte e tre le discipline proposte. “Perché la montagna è il palcoscenico, e noi siamo gli attori“, nelle parole di Gregoretti.

Nella prima serie LifeGate Outdoor, l’atleta parte dal paese di Predazzo nel fondovalle e percorre 33 chilometri in bicicletta per raggiungere il passo Sella che, circondato dal gruppo di montagne omonimo, collega la val di Fassa in Trentino con la val Gardena in Alto Adige. Da lì inizia la tappa di corsa e sono solo i suoi passi a portare Gregoretti per salite e discese al traguardo successivo, l’attacco della via Oskar Schuster. Così, seguendo questa ferrata storica raggiunge la cima di Mezzo del Sassopiatto per godersi il tramonto e lo spettacolo dell’enrosadira.

Il triathlon di montagna in val di Fassa, il percorso

  1. Bici da Predazzo al rifugio Sella: 33 chilometri, 1.127 metri di dislivello positivo
  2. Corsa dal rifugio Sella all’attacco della via Oskar Schuster: 1.120 metri di dislivello (solo positivo) andata e ritorno
  3. Ferrata, la via Oskar Schuster fino alla cima di Mezzo del Sassopiatto (2.958 metri): 364 metri di dislivello

Bici, tra sport e mobilità dolce

L’avventura di Gregoretti inizia in bici, uno dei mezzi che più esprime l’unione tra outdoor e mobilità sostenibile. “Mi piacerebbe vedere che, una volta arrivati in località come la val di Fassa, la gente abbandonasse l’auto e prendesse altri mezzi per spostarsi”, dice l’endurance athlete. “Farsi anche solo qualche chilometro in fondovalle è più soddisfacente che prendere la macchina e fare la fila per arrivare in cima al passo per dire di essere stati in montagna. È un modo più appagante di viverla perché, oltre alla natura, esplori anche te stesso. E per utilizzare la bici per la mobilità, l’allenamento non serve nemmeno“.

“La mia più grande avventura in bici l’ho fatta quando ho attraversato l’Artico in autosufficienza, sopravvivendo anche a una tempesta con un wind chill (la temperatura percepita sulla pelle per effetto del vento, ndr) di 76 gradi sottozero. Una pietra che avevo visto prima su Google Earth mi ha salvato la vita.”

Stefano Gregoretti sulla traversata dell’Artico, compiuta sia nel 2016 che nel 2017

Se la salita di Gregoretti da Predazzo al rifugio Sella per 33 chilometri in sella a una bicicletta da ciclocross potrebbe non essere alla portata di tutti, l’atleta fa notare che “la tecnologia viene in aiuto di chi vuole fare outdoor”, riferendosi alle bici elettriche, o e-bike, disponibili anche presso i noleggi. E per chi predilige questo mezzo nella sua versione più pura, cioè senza motore, le possibilità sono molte. Dal ciclismo su strada nella “zona delle biciclette, quella dei passi: il Sella, il Pordoi, nomi che evocano le grandi fatiche del ciclismo classico”, nelle parole di Gregoretti. Fino ai chilometri di sentieri per le mountain bike (anche di queste esistono versioni elettriche). Le informazioni e i servizi offerti sono molti, basta munirsi di voglia di pedalare, assistiti o meno.

Questo è un modo appagante di vivere la montagna perché, oltre alla natura, esplori anche te stesso.

Stefano Gregoretti

Passo Sella in bici
Le montagna del Sella viste da Corvara, in Alto Adige © EyesWideOpen/Getty Images

Corsa, per lasciare solo impronte

Dopo avere pedalato all’alba per raggiungere il passo Sella, Gregoretti intraprende la seconda tratta del triathlon delle Dolomiti con LifeGate Outdoor di corsa, con il sole alto nel cielo e i colori del paesaggio accesi dalla sua luce. Così raggiunge l’attacco della via Oskar Schuster passando per i rifugi Demetz e Vicenza: un sali e scendi pari a 1.120 metri di dislivello solo positivo, contando anche la corsa del ritorno verso fondovalle, percorsi utilizzando solo la forza delle sue gambe.

La corsa è la disciplina che sta più a cuore a Gregoretti perché “è lo sport più semplice al mondo”. Basta uscire di casa e correre, e Gregoretti ama farlo in modo istintivo e spontaneo, seguendo i punti cardinali durante le lunghe attraversate, o improvvisando nuovi percorsi durante i suoi allenamenti per non perdere mai il gusto della scoperta.

“Attraversando la Namibia percorrendo 2.200 chilometri, quasi tutti di corsa, ho visto luoghi completamente desolati in cui nessuno è mai stato prima. Nel canyon di Fish river, il più grande d’Africa, c’erano 50 gradi e per trovare l’acqua migliore da filtrare per essere bevuta abbiamo seguito le zebre di montagna per vedere dove si abbeveravano. In quel caso c’è stata una sintonia perfetta tra noi e l’animale.”

Stefano Gregoretti sulla Transnamibia, la traversata da sud a nord del paese africano durante il periodo più caldo dell’estate australe

Nello specifico, Gregoretti pratica trail running. Questo tipo di corsa si può fare su qualsiasi terreno che non sia pavimentato, e non deve per forza essere praticato in montagna; prevede ascese e discese, e tratti ripidi o con un terreno particolarmente instabile possono essere attraversati anche camminando. Oltre a una crescita del trail running, negli ultimi anni c’è stato un incremento notevole delle gare di ultra trail running, ovvero con lunghezze superiori a quella della maratona, cioè 42,195 chilometri.

Per chi non fosse già un trail runner esperto ma è interessato a iniziare, cosa serve sapere? “La prima domanda che mi fanno tutti è che scarpe servono. Ma non è l’attrezzatura la cosa importante, si parte innanzitutto con la voglia. Si inizia in modo semplice, non devi fare 40 chilometri dall’oggi al domani. Intanto esci e vedi quanto riesci a correre. Se poi ti fermi, non importa, torni indietro e il giorno dopo correrai un pochino di più”. Così Gregoretti consiglia di affrontare la disciplina che gli ha permesso di attraversare terreni impervi e selvaggi in giro per il mondo, e di percorrere la tappa centrale del triathlon in val di Fassa.

Rifugio Sella – rifugio Demetz: 498 m di dislivello positivo

Rifugio Demetzrifugio Vicenza: 428 m di dislivello negativo

Rifugio Vicenzaattacco via Oskar Schuster: 347 m di dislivello positivo

RITORNO: Dalla cima di Mezzo del Sassopiatto al rifugio Sella: 275 m di dislivello positivo

TOTALE: 1.120 m di dislivello (solo positivo) andata e ritorno

Stefano Gregoretti che corre
Stefano Gregoretti durante la tappa di trail running © LifeGate

Via ferrata, la conquista della vetta

La Oskar Schuster è la via ferrata che Gregoretti ha scelto per percorre la terza e ultima tappa della salita fino alla cima di Mezzo del Sassopiatto a 2.958 metri: “è facile e corta ma comunque spettacolare, ed è in un contesto scenico unico”. Il nome della via è quello dell’alpinista tedesco che la disegnò nel 1895. Un’indicazione del carattere storico delle vie ferrate delle Dolomiti, aperte soprattutto per scopi militari durante la Prima guerra mondiale dal 1915 al 1918, durante la quale queste terre di confine tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico divennero un triste teatro di guerra.

La via ferrata delle aquile
La via ferrata delle aquile a Paganella nelle Dolomiti di Brenta © Klaus Huber/Unsplash

In seguito alla Grande guerra, a molte vie ferrate è stata data una nuova funzione come attrattiva per i turisti e gli amanti della montagna. Si tratta di percorsi attrezzati con cavi metallici, scalette, pioli e altri ancoraggi fissi per rendere più accessibili luoghi come rifugi o vette. “Esistono diversi gradi di via ferrata in base alla difficoltà tecnica, fisica e anche psicologica”, spiega Gregoretti. “Ce ne sono di tutti i gusti, e per chi non si sentisse pronto ad affrontarle da solo ci si può anche fare accompagnare da una guida”. Proprio a Canazei si trova la scuola delle Guide alpine val di Fassa. Le possibilità di intraprendere vie ferrata ma anche tante altre attività in montagna in compagnia di personale certificato e competente, dunque, non mancano.

“Per quanto riguarda la preparazione, la prima cosa che faccio è monitorare il meteo perché in montagna non si va se il tempo non è buono”, spiega Gregoretti. Ad esempio, le parti metalliche delle ferrate le rendono specialmente pericolose se dovesse verificarsi scariche di fulmini durante un temporale. “Poi si ricercano le informazioni, che si possono trovare ad esempio nei libri e chiedendo ai gestori dei rifugi”. Gregoretti ricorda anche che “la via ferrata è un modo sostenibile di conquistare la vetta, premesso che si seguano percorsi già preesistenti”. L’importante, dunque, non è solo raggiungere la cima ma essere coscienti di come lo si fa.

Outdoor in montagna alla portata di tutti

Gregoretti ha fatto dello sport outdoor e dell’avventura le sue ragioni di vita. Anche se non tutti hanno la possibilità di farlo, ognuno può trovare il proprio modo per approcciare un’attività nuova o migliorarne una che già pratica. Ovunque siamo nel nostro percorso, possiamo trarre ispirazione da persone come Gregoretti per motivarci a metterci in gioco. Ma, soprattutto, è dentro di noi che dobbiamo trovare la voglia e la grinta per raggiungere il nostro traguardo, qualunque esso sia, e magari “fare cose che mai hai osato”, come scriveva McCandless.

 

Quello che consiglio sempre è semplicemente di iniziare”, afferma Gregoretti. “Se vuoi andare in bici o iniziare a correre, basta prendere e andare. Poi si avanza gradualmente, ma da qualche parte bisogna partire. Quello che conta non è tanto la conquista della cima, ma di se stessi. Anche solo la conquista della propria pigrizia, il fatto di essere usciti di casa e avere fatto qualcosa per sé”.

Tramonto dalla cima di Mezzo del Sassopiatto
Il tramonto dalla cima di Mezzo del Sassopiatto © LifeGate

Quello che conta non è tanto la conquista della cima, ma di se stessi.

Stefano Gregoretti

Non importa se stiamo salendo una montagna, scalando una parete, cavalcando un’onda o calandoci nelle profondità del mare. Il fatto di vivere questi luoghi entrando in sintonia con il nostro corpo, il nostro respiro e i nostri pensieri ci permette di trovare una connessione più profonda con quello che ci circonda. Di sentirci piccoli ma allo stesso tempo grandi su questo Pianeta. L’outdoor ci porta ad amare i luoghi in cui possiamo sentirci liberi. E quando si ama una cosa, la si protegge.