Manzini. Visioni di mondi possibili e design

Intervista a Ezio Manzini, professore di Disegno Industriale, direttore del Master in design strategico. Noi di LifeGate l’abbiamo incontrato.

LiFeGate ha incontrato il professor Manzini alla Triennale di
Milano, in occasione del convegno “Visioni di mondi possibili.
Scenari e proposte per la sostenibilità. Un nuovo ruolo
sociale per i designer e le scuole di design”.

Attualmente la progettazione per la sostenibilità
è ancora a livello di ricerca universitaria o procede verso
una direzione più pratica, di applicazione di soluzioni alla
realtà quotidiana?

Se prendiamo come riferimento i progetti della mostra o quelli che
accompagnano il libro “Quotidiano sostenibile, scenari di vita
urbana” (Manzini, Jegou; ed. Edizioni Ambiente), nessuno di questi
è totalmente inventato. Ogni progetto prende spunto da un
caso reale. Questo perché la nostra filosofia applicata al
progetto è quella di osservare la realtà e nella sua
vasta complessità trovare delle soluzioni che si muovono
nelle direzioni più diverse. Purtroppo la più parte
di quello che si può osservare dal punto di vista di
sostenibilità sociale e ambientale sono direzioni negative.
Con un po’ di attenzione però si possono individuare dei
casi, già adesso praticati, che hanno una caratteristica
interessante che noi chiamiamo “promettente”. Sulla base delle
esperienze fatte possiamo osservare delle linee guida dei casi
reali, che vanno nella direzione giusta. Quello che dobbiamo fare
è renderli più visibili, più facilmente
comunicabili con un convegno o una mostra.
Un ulteriore “step” è quello di progettare meglio alcune
tecnologie per cui una certa innovazione sociale può
generare nuove opportunità, per esempio un sistema di
mobilità alternativo basato sulla condivisione di
autobomobili, piuttosto che un sistema di aiuto reciproco per
tenere i bambini, per organizzare la spesa o nuovi modi di gestire
il verde pubblico.
Poi ciascuno di questi casi può essere preso e si possono
trovare dei sistemi che lo rendano più facilmente
utilizzabile, che ne aumentino l’accessibilità. Un esempio
concreto è il carsharing che quando nacque a Berlino 20 anni
fa ebbe molte difficoltà ad essere messo in pratica ed era
accettato solo da persone altamente motivate. Oggi in molte
città europee il car sharing è diventato un’opzione
comune perchè si sono migliorate tutte le prestazioni legate
ad esso. C’è stata una progettazione che ha migliorato il
livello di sistema e una che ha migliorato il livello di tecnologia
informatica, contribuendo alla sua diffusione.

Il livello della tecnologia che supporta una progettazione
sostenibile può essere riscontrabile anche nei paesi in via
di sviluppo o rimane prerogativa di quelli
industrializzati?

Alcune soluzioni auspicate possono comunque avvenire a bassa
tecnologia. Il ruolo della tecnologia all’interno del processo di
trasformazione verso la sostenibilità è quello di
aiutare a rendere le soluzioni più accessibili.
Potenzialmente i paesi non industrializzati, attraverso la
tecnologia, hanno grandi possibilità di svilupparsi,
omettendo delle fasi che noi abbiamo conosciuto, per esempio
saltare la fase di industrializzazione pesante, e arrivare
direttamente all'”economia leggera”, che pesa meno sulla terra e
sui popoli, perché crea benessere con minor dispendio di
materiali. Paradossalmente in questo possono essere più
avvantaggiati perchè hanno forme di socializzazione, di idee
condivise, che i nostri paesi sviluppati hanno totalmente perso e
che devono ricostruire. Chi invece per ragioni storiche le ha
ancora può cercare di far incontrare queste forme di
socializzazione con delle nuove potenzialità tecnologiche e
generare soluzioni che potrebbero essere molto innovative.

Esiste un’estetica del design per la
sostenibilità?

Non esiste un’estetica in tal senso, perché la transizione
verso la sostenibilità ha la capacità di generare
tanti e diversi linguaggi a seconda delle realtà in cui
viene pensata e si sviluppa. Probabilmente ci sarà una “meta
estetica”, ovvero valori di base che costituiranno le fondamenta
sui quali diversi mondi potranno sviluppare diverse estetiche.
Così come la cultura occidentale ha generato diverse
estetiche, nelle quali ne possiamo individuare alcune portanti e
comuni: l’accelerazione, la creatività come produzione di
nuove cose, il rapporto tra natura e cultura.

Quale percorso formativo dovrebbe seguire un giovane designer
che voglia lavorare nel campo del design per la
sostenibilità?

La realtà è che non c’è un design per la
sostenibilità ma c’è il design. Un mondo dove
professionisti, professori e studenti sono tutti impegnati nel
presentare progetti necessari per affrontare questi problemi di
sostenibilità. Ma per fare questo occorrono cambiamenti di
mentalità su una serie di questioni e di modi nel guardare:
la realtà va vista in modo originale. Questi cambiamenti
ovviamente non si insegnano in un corso, ma ci sono professori che
ti propongono una loro visione, appunto originale. Poi c’è
da rompere il legame con una visione ormai obsoleta che vede il
designer come una figura creativa che progetta per poi produrre
oggetti. In realtà i designer sono degli operatori dentro un
sistema socio-tecnico complesso, che portano delle capacità
di conoscenze tecniche, di conoscenza della società, del
mercato, di capacità creativa in cui ci saranno dentro anche
i prodotti. Non si progettano solo i prodotti, ma anche i servizi,
i sistemi, le soluzioni, le interazioni tra i vari attori.

 

Tomaso Scotti

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