Maria Elisa Villa, bioarchitetto, al Salus di Bolzano

Esperta in architettura ed ecologia dell’architettura, direttore di lavori di costruzioni e ristrutturazioni residenziali ecologiche e biocompatibili.

Cosa vuol dire per lei bioarchitettura?
Sono convinta che il termine bioarchitettura è improprio.
Cerco di spiegarmi meglio: il prefisso bio è superfluo in un
contesto tecnico-professionale-culturale perché dovrebbe
essere scontato, perché appartenente di per sé
all’espressione di tale operato. Invece in Italia non lo è,
così bisogna identificarsi con appellativi di sorta.
L’architettura deve ritornare ad essere una reale espressione della
relazione funzione-forma-materia nella ricerca evolutiva per il
benessere dell’uomo.
Nella fattispecie è la bioedilizia che riguarda tecniche
costruttive e applicative dei materiali presenti nella tradizione
locale, riqualificati dalla tecnologia moderna.
La figura del cosiddetto bioarchitetto è quella di un
professionista che sa comprendere i bisogni dei committenti e delle
problematiche spaziali legate al loro soddisfacimento, li sa
filtrare attraverso la propria creatività progettuale,
realizzando manufatti edilizi per una migliore qualità del
vivere.

Perché In Italia la bioarchitettura è ancora a
livelli elementari rispetto a molti paesi europei?

Ritengo che questo sia dovuto essenzialmente a due motivi. Uno
culturale e l’altro, di conseguenza, economico.
L’aspetto consumistico molto radicato nella nostra cultura induce
un utente a scegliere materiali e sistemi costruttivi seguendo le
consuetudini del mercato e non valutando invece i propri bisogni
e/o credi.
Oggi nessuno, se non i bioarchitetti e i naturopati, induce il
bisogno che si può star meglio in casa, così come sul
posto di lavoro, scegliendo di usare materiali forse esteticamente
meno belli e pregiati, ma naturali e quindi compatibili con il
sistema biologico e con il proprio ecosistema.
Quindi la difficoltà di crescita della bioarchitettura sta
nel fatto che la scelta di alcuni committenti rimane un caso
isolato del mercato, a differenza dei Paesi d’oltralpe dove si
costruiscono anche villaggi sperimentali, si promuovono
architetture organiche ed ecocompatibili, alla luce di un
investimento reale sul benessere dell’uomo e del suo ecosistema e
non solo perseguendo fini economici di risparmio e di ammortamento
dei costi.

Cosa riserva il prossimo futuro alla bioarchitettura
italiana?

Penso che lo sviluppo della bioarchitettura si muoverà
più che attraverso il singolo professionista, lungo i binari
delle amministrazioni comunali. In tal senso alcuni Comuni italiani
(in Veneto, Toscana, Emilia Romagna) sono già di esempio.
Grazie all’impegno professionale di bioarchitetti presenti nel loro
organico, hanno realizzato, o permesso di realizzare interventi di
edilizia residenziale pubblica in bioedilizia.

Che cosa caratterizza la qualità della vita in una
casa biologica?
Armonia ed equilibrio dell’ambiente
domestico, in risonanza fisico-energetica con chi vi abita. Sia
chiaro che ciò è percettibile nella sensazione di
benessere generale che l’ambiente costruito emana.

Quali sono gli interventi generalmente richiesti dalla sua
committenza?

A parte gli interventi di progettazione residenziale, realizzo
molti interventi di ristrutturazione.
Mi sento estremamente responsabile del “divenire” dello spazio
costruito e, come tale, curo molto la mia presenza in cantiere.
Dalla maggiore o minore sensibilità di un committente o di
un’impresa edile dipende l’impiego di prodotti quali la calce e i
mattoni anziché il cemento, il sughero anziché il
polistirolo o derivati dal petrolio, il legno e le pitture alla
caseina o ai silicati e, la conseguente applicazione di tecniche
costruttive quali murature portanti, coperture e solai in legno, e
opere impiantistiche per la realizzazione di manufatti edilizi
biocompatibili.


Tomaso Scotti

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