Ritmi Pagani: World Gate alla corte di Re Mauro Pagani

Mauro Pagani, polistrumentista, compositore e produttore discografico italiano, parla ai microfoni di LifeGate Radio.

Intervista Mauro Pagani

 

È la tua prima esperienza radiofonica?

No, a metà degli anni Settanta cominciai quando Mario
Luzzatto Fegiz decise di mettere su una radio, Radio Milano
Centrale, la fece dalla mansarda di casa sua, all’ottavo piano. Per
farlo chiamò alcuni amici, ricordo che c’era anche Finardi.
Io di solito trasmettevo di notte, portavo i dischi rock che avevo
a casa e chiacchieravo. Quella radio poi divenne Radio Popolare,
che ancora esiste.

 

Vedo che parli con affetto di quell’esperienza
radiofonica!

Certo, mi sono sempre divertito molto! E poi come si
sarà notato mi piace parlare! Inoltre allora la radio era un
mezzo pieno di speranze; nessuno avrebbe immaginato che sarebbe
finita così, con le radio che fanno di tutto meno che fare
quel tipo di radio lì, che avevamo in mente allora.

 

Secondo te si riesce ancora a fare “cultura musicale”
attraverso la radio?

Se il destinatario di ciò che dici è
l’ascoltatore allora tutto è sano. Se invece, come nel caso
delle radio commerciali, l’obiettivo è il portafoglio
dell’inserzionista le prospettive cambiano. Se la radio è
costruita solo per far costare di più gli spazi pubblicitari
al suo interno capisci che la logica è tutta un’altra. Io
non sarei capace di fare una radio così. Se devo trovare uno
spazio per me, mi piace farlo in una radio dove quello che dico sia
costruito intorno all’idea di far quattro chiacchiere, commentare,
provare a raccontare quello che ti è capitato, cercare
magari di far riflettere un po’. Mi piace essere in una radio dove
quello che dico… ha un posto.

 

Ti riascolti mai in onda?

No, non posso. Io non riesco mai a riascoltarmi, neanche nei
concerti. Sono un po’ primitivo in questo. Credo che il concerto
sia qualcosa di magico: tu arrivi e l’aria è ferma, poi
spegni le luci e l’aria comincia a muoversi, e inizi a creare una
serie di piccole illusioni, è come se facessi una specie di
film, di racconto per immagini sonore. Finisce il concerto, si
ferma l’aria e la magia è finita. Quello che ti devi
ricordare sono le emozioni che hai provato, le frasi che ti hanno
colpito.

Non mi piace portarmi a casa il dvd, mi piace che sia finito e
basta. Se mi riascolto inizio a sentire tutto quello che non mi
piace, che avrei potuto dire meglio. E poi, come a molti, non mi
piace il suono della mia voce, quando canto mi ci sono abituato ma
quando parlo no. Quindi non riesco a riascoltarmi… peggio
per voi! Quello che arriva arriva.

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