Omeopatia

Medicine non Convenzionali e Discipline Bio Naturali

Un punto sulla situazione legislativa con la regolamentazione di tutto il comparto di quelle che erano definite “medicine alternative” e non convenzionali

La proposta dell’onorevole Paolo Lucchese, relatore presso la
Commissione Affari Sociali della Camera del testo unificato per le
“Medicine e Pratiche Non Convenzionali”, segna un momento importate
dell’iter legislativo.
La proposta di legge, smentendo quanto affermato dallo stesso
Lucchese e da altri membri del Comitato Ristretto che hanno
condotto le audizioni, riporta tutte le medicine non convenzionali
e le discipline bio naturali nell’ambito della Sanità,
riservando la pratica delle prime (omeopatia, agopuntura ecc.) ai
medici, previa un’adeguata formazione nella disciplina
specifica.

Per le discipline non mediche, denominate nella proposta di legge
pratiche non convenzionali, vengono istituiti corrispondenti corsi
di laurea triennali paralleli a quelli oggi esistenti per il
personale sanitario non medico (infermieri professionali,
fisioterapisti ecc.) inserendoli a tutti gli effetti tra le
professioni sanitarie (analoga operazione viene fatta per osteopati
e chiropratici istituendo lauree specialistiche quinquennali). Lo
scenario disegnato da Lucchese rinchiude nei ristretti ambiti
dell’universo sanitario scientifico meccanicista, pratiche medicine
e discipline che sono espressione di culture e civiltà che
con il modello scientifico occidentale poco hanno a che vedere.
Affermare il pluralismo scientifico inserendo pratiche che
attingono alla cultura dell’Ayurveda, della Medicina Tradizionale
Cinese o dell’Antroposofia Steineriana in un contesto sanitario,
pretendere di validarne le metodologie, le procedure e i risultati
sulla base dei parametri comuni in uso nei nostri ospedali
significa non poterne comprendere i principi e limitarne le
potenzialità.

Tutt’altro spessore culturale e rispetto dei fenomeni sociali in
atto hanno dimostrato e dimostrano le numerose regioni (Veneto,
Lombardia, Toscana, Friuli, Liguria ecc.) che hanno avviato iter
legislativi per il varo di leggi per il riconoscimento delle
cosiddette “discipline bio naturali”, creando un nuovo comparto in
ambito socio educativo, preposto e finalizzato a promuovere la
qualità della vita. In Veneto alla fine di maggio avranno
inizio le consultazioni sulle proposte di legge per le discipline
bio naturali e in altre regioni le proposte di legge analoghe
stanno procedendo nell’iter. Discipline come lo shiatsu, la
reflessologia, lo yoga e via dicendo si sono affermate in Italia
coinvolgendo milioni di cittadini perché svolgono
un’essenziale funzione di promozione del benessere e potenziamento
delle risorse vitali della persona, senza per questo finalizzarsi
alla diagnosi e la cura delle patologie.

Comprendere la diversità dei presupposti culturali e
riconoscerne l’immensa utilità sociale, costruendo un
settore non sanitario adeguato alla loro espressione autonoma,
significa mettere a disposizione dei cittadini servizi preziosi per
il benessere collettivo (rispettandone le scelte che in questi anni
hanno portato a una notevole diffusioni di tali pratiche). Ma vuol
dire anche proteggere un nuovo comparto che produce ricchezza
sociale e occupazione qualificata, puntare a una miglior
qualità della vita e alla prevenzione, con notevoli risparmi
per le esauste casse della sanità pubblica. In effetti se i
10 milioni di italiani che si rivolgono oggi, senza oneri per il
Servizio Sanitario, alle medicine non convenzionali e alle
discipline bio naturali tornassero a richiedere servizi alla
Sanità otterebbero un effetto sconvolgente per le casse
pubbliche.
La proposta di legge Lucchese rischia purtroppo di ingabbiare e
sterilizzare i nuovi settori, riportando in ambito sanitario la
pratica di professioni emergenti nelle discipline bio naturali e in
ambito universitario la formazione, con l’istituzione di lauree
triennali per le Pratiche non Convenzionali. La legislazione
dovrebbe recepire le nuove istanze sociali: promuovendo un comparto
cresciuto “a furor di popolo”, regolamentandolo in modo da tutelare
l’interesse collettivo.

Claudio Parolin

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