Mongolia: tra terra e cielo

Ulaan Baator, colori freddi del primo mattino, cielo immenso, piccoli uomini in divisa verde marcio, sullo sfondo una grossa centrale elettrica.

L’arrivo nella capitale mongola proietta l’individuo direttamente
nell’eredità lasciata dalla grande madre Russia al popolo
mongolo. Ne sono prove le insegne in cirillico, le vecchie waz – le
jeep sovietiche – sulla strada e i condizionatori di fabbricazione
sovietica che decorano gli esterni delle palazzine fatiscenti.

Ma la Mongolia non è città. E’ terra e cielo, spazi
infiniti equamente divisi dalla sottile linea dell’orizzonte. Ed
è gente nomade, gelosa della propria indipendenza e cultura
che gli permise, in un tempo assai remoto, di conquistare l’impero
più vasto che la storia abbia mai conosciuto.

Nella cultura nomade dei mongoli la terra riveste un ruolo centrale
– mai considerata oggetto di proprietà ma esclusivamente
come dispensatrice di vita – generando così nell’individuo
una forma di rispetto e di devozione nei suoi confronti,
caratteristica comune alle religioni animiste dei popoli dell’Asia
centrale.

Dalla terra i clan traggono l’unica risorsa attorno a cui ruota
l’intera economia familiare: il pascolo. In Mongolia, infatti, il
miglior amico dell’uomo è il cavallo, unico mezzo di
trasporto accessibile a tutti. Dopo di lui vengono i cammelli e gli
yak. Lo sterco di cammello, una volta essiccato, viene utilizzato
come combustibile. Con il latte di yak e di giumenta si producono
l’airag, una bevanda a bassa gradazione alcolica, e la vodka
mongola, vero e proprio superalcolico centrasiatico.

Le porte delle gher (tende), sempre orientate a sud, rimangono
aperte giorno e notte in attesa di qualche viandante. Varcata la
soglia, a qualsiasi ora gli verranno offerti carne di montone e
vodka. Il “prezzo” del rifiuto sarà la risata ironica
dell’ospite e dei convenuti: parenti, amici e curiosi, spesso
accorsi dalle tende vicine per farsi regalare una polaroid da
mettere sul mobile, a mo’ di altare, insieme a quelle dei propri
cari.

E’ facile perdersi in questo luogo fatto di praterie, deserti,
laghi, foreste e montagne. Il vecchio del gruppo indica poi la
pista da seguire, quale collina superare, dove guadare il fiume. Lo
scorrere del tempo svela tesori nelle piccole cose. Anche dare
indicazioni, come qualsiasi gesto quotidiano, assume un carattere
sacro grazie alla ritualità propria dei cavalieri delle
steppe.

Nanni Fontana

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