Mucca pazza e mucca illegale

Mucca pazza: infiltrazioni criminali nella filiera alimentare: dalla nascita alla macellazione dei capi fino allo smaltimento dei residui. Legambiente fa il punto della situazione.

Torna drammaticamente alla ribalta la Bse, e Legambiente mostra
come ci sia chi con l’emergenza sanitaria si arricchisce. “La
criminalità organizzata – spiega Roberto Della Seta,
portavoce di Legambiente – ha saputo in questi anni approfittare
dell’allarme mucca pazza riuscendo a infiltrarsi in tutte le fasi
della filiera alimentare, dall’allevamento allo smaltimento dei
residui di macellazione, vanificando spesso le precauzioni contro i
rischi di contagio”. I casi sono tanti e variegati.

Cominciamo dal principio, dall’allevamento e dalla
nutrizione.
A Cremona, i carabinieri del Nas hanno sequestrato
l’anno passato due capannoni industriali attrezzati per produrre
mangimi risultati positivi per la presenza di farine animali: oltre
mille le tonnellate di “materie prime mangimistiche” messe sotto
sigillo. A Brescia vengono sequestrate 1.600 tonnellate di mangimi
“arricchiti” con farine di pesce. Ma è in Campania che si
concentrano i casi più rilevanti. A Caivano, in provincia di
Napoli, viene sequestrato un capannone industriale in cui erano
stati stoccati, abusivamente, oltre 100 quintali di strutto e
sangue, per un valore di circa 2 miliardi di lire. Ad Acerra viene
sequestrata dal Noe un’industria di lavorazione e produzione di
mangimi e farine animali nella quale vengono rinvenuti contenitori
con sangue animale e due pallets di farina di emoglobina animale.
In provincia di Ragusa i carabinieri del Nas sequestrano un vero e
proprio mangimificio clandestino con 770 tonnellate di mangime,
ovviamente “trattato” con farine animali.

Pasciuti con questo ben di Dio, gli animali vengono trasportati
al macello.
Molto spesso però qualcuno si premura di far
perdere le tracce della provenienza delle bestie. Sono migliaia i
capi sequestrati in tutta Italia perché sprovvisti delle
cosiddette “marche auricolari” che servono a individuare la
provenienza dell’animale e della certificazione sanitaria che deve
accompagnarlo. Come per i passaporti o i documenti di
identità, esiste infatti di un vero e proprio traffico di
queste “marche” spesso connesso all’importazione illegale di bovini
provenienti dall’estero. Il caso più clamoroso si registra
in un allevamento della provincia di Padova. Qui, nel corso di una
perquisizione, sono state rinvenute l’anno scorso 107 carcasse con
44 marche auricolari tedesche e austriache abusivamente sostituite.
Altre 85 marche, di varia nazionalità, sono spuntate fuori
nella casa del titolare. Molto spesso di queste marche,
indispensabili per avviare a macellazione gli animali, non
c’è proprio traccia.
Il Nas di Ragusa, solo per fare un esempio, ha sequestrato in due
diverse operazioni ben 850 bovini privi di contrassegni e non
sottoposti al piano di risanamento per le malattie infettive.

Arriviamo poi, con o senza certificati di vaccinazione, al
macello.
E spuntano come funghi i mattatoi clandestini. Anche
in questo caso la Campania sembra essere la regione più
esposta. Nel gennaio del 2000 nel territorio di Villa Literno (CA)
Noe e Nas sequestrano un macello clandestino di 400 metri quadrati.
All’interno della struttura, in pessime condizione igienico
sanitarie, resti di macellazione bovina. E altri macelli
clandestini vengono sequestrati a Perugia e Padova.
Dopo la macellazione i vari tagli vengono messi in commercio. Il
titolare di un ipermercato di Milano è stato denunciato
perché vendeva carne di provenienza irlandese
etichettandola, però, come carne italiana. Tutto quello che
esce dai macelli ma non può essere commercializzato va
smaltito secondo rigide procedure che ci assicurano dal rischio di
propagazione del morbo della mucca pazza.

Eccoci dunque ai tortellini. A Cremona, il Nas ha
individuato una sorta di “ciclo chiuso” e illegale nella gestione
dei residui di lavorazione della carne: un pastificio affida a uno
stabilimento la distruzione della carne non impiegata per i
ripieni; la carne in questione non viene distrutta ma trasformata
in mangime; con la farina così ottenuta vengono “nutriti”
circa 4.000 suini, allevati a ridosso dell’impianto di smaltimento.
L’idea però più “originale” è quella del
mattone alla “mucca pazza”, realizzato cioè trasformando le
farine animali in materiale per la produzione di mattoni. Ma molto
più spesso i resti della macellazione che veicolano la Bse
sono trasformati, senza escogitare particolari trovate, in farine
per l’alimentazione dei bovini. E il cerchio si chiude.

Per scongiurare, oggi e in futuro, il rischio mucca pazza e tutte
le patologie che derivano da forme innaturali di allevamento
è necessario naturalmente aumentare e specializzare i
controlli ma soprattutto procedere ad una sostanziale riconversione
della zootecnia. Debbono essere migliorate le condizioni di vita
degli animali, alleggerito il carico di farmaci e sostanze che
stimolano la crescita; bisogna adottare protocolli che garantiscano
un’alimentazione il più naturale possibile e libera da
prodotti geneticamente modificati. E’ quello che Legambiente,
insieme a molti allevatori, sta facendo con il progetto “Mangimi
puliti”, un protocollo appunto, a garanzia del consumatore e a
tutela del produttore.

Legambiente

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