Napoli della cuccagna fredda

Nel suo “Il paese di Cuccagna” (1890) Matilde Serao descrive in modo abile e non certo privo di una certa golosità il mondo di quel periodo.

Ne emerge un mondo decadente ed effimero che vale la pena
“assaggiare”.
“Ai gelati grossi come la luna piena, duri da dovervi conficcare
profondamente il cucchiaio, di crema alla portoghese, di frutta, di
fragole, di caffè del Levante, di cioccolato, si alternavano
le formette, gelati più piccoli, più leggeri, formati
a sfera, a romboide, a noce di cocco e contenute graziosamente in
certe conchiglie rosa o azzurre di cristallo, e filetti d’oro; agli
spumoni, metà crema e metà gelato, di tutte le
mescolanze (….). Per due minuti non si udì che un
tintinnire di piattini, di bicchieri; ma le più entusiaste
erano le signore che vedevano apparire gli spumoni, dai colori
seducenti nella loro tenerezza, dal candido fiocco di spuma nel
mezzo, e davano un gridolino di commozione e tendevano le mani
involontariamente, mentre altri più taciturni, più
attivi, sorbivano la gramolata dopo la formetta e assaggiavano il
gelato dopo lo spumone, tanto per paragonare”.
Questa panoramica così reale, che abbiamo dovuto ridurre,
sembra dar ragione ad alcuni versi che qualche secolo prima (1685)
erano serviti a Francesco Redi, per screditare le bevande fredde
per propagandare la superiorità del vino.
“I sorbetti ancorchè ambrati / e mill’altre acque odorose /
son bevande da svogliati….”. Per il sanguigno medico e poeta
toscano i gelati non erano che acqua fresca colorata, buoni per le
damine incipriate e i loro effemminati cicisbei.

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