Noi e gli altri

Due grandi filosofi, Edmund Husserl e Gunther Habermas, ci offrono una serie di stimolanti riflessioni su come andrebbe strutturata la relazione con l’altro. Difficile, ma non impossibile obiettivo.

L’uomo, secondo Husserl, non è un’isola ma un arcipelago,
cioè un essere intersoggettivo, che condivide con gli
altri
linguaggi, grammatiche esistenziali, opinioni,
valori, assetti comportamentali, che danno vita ad un legame
coglibile per analogia ed empatia, con le quali scopriamo che gli
altri sono come noi.
Da qui la comprensione,
la conoscenza, la relazione feconda e fecondante io-tu e la
connessa assunzione di responsabilità
nei confronti del “sentire” o del “patire” dell’altro.

Insomma, secondo Husserl, l’io esperimenta il mondo come
intersoggettivo, cioè fatto per tutti e, di conseguenza,
disponibile per tutti; si crea, così, una comunità
vivente, all’interno della quale l’io cerca di ritagliarsi il “suo
proprio” che presuppone, tuttavia, anche il concetto dell’altro,
ovviamente con il “suo proprio” che io devo, appunto, riconoscere per
analogia ed empatia di
vissuti.

Di indubbia sostanza è anche l'”etica del discorso” di
Habermas, secondo cui l’agire comunicativo vive e si alimenta
continuamente, anche se in una tensione ideale per la strutturale
finitezza umana, di una serie di regole ben precise:

  • ricerca di un’intesa, di una comunicazione autentica sul piano
    della razionalità;
  • individuazione di un consenso, di
    una condivisione di
    punti di vista da cui partire per la discussione;
  • ricerca della comprensibilità,
    cioè cercare di farsi comprendere dagli altri;
  • sforzo
    autentico
    , per quanto la nostra contingenza ci
    permette, di dire sempre e comunque ciò che si pensa essere
    conforme a verità
    e giustizia.

I criteri dell’agire comunicativo esperiti da Habermas,
“comprensibilità”, “veridicità”, “giustezza”, come
abbiamo detto, sono espressivi di una tensione ideale, ma questo
non impedisce – anzi!- all’uomo di perseguirli con tutte le sue
energie intellettive ed affettive, pena il misconoscimento dell’altro.

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