Non c’è tempo per l’invidia

Per citare Aubert, potremmo dire che siamo occupati in permanenza, un’urgenza dietro l’altra. D’altronde, l’invidia è un sentimento, sia pure di segno negativo, e i sentimenti presuppongono un’intelligenza affettiva che li coltivi…

«Viviamo il tempo degli oggetti: voglio dire che viviamo
al loro ritmo e secondo la loro incessante successione. Al giorno
d’oggi siamo noi che li vediamo nascere, completarsi e morire,
mentre in tutte le civiltà precedenti erano gli oggetti, gli
strumenti o i monumenti perenni a sopravvivere alle generazioni
umane. Gli oggetti non costituiscono né una flora né
una fauna. Tuttavia danno l’impressione di una vegetazione
proliferante e di una giungla, dove il nuovo uomo selvaggio dei
tempi moderni fatica a ritrovare i riflessi della
civiltà».
(J. Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna
2008).

Il dispiegamento della potenza tecnologica si incarna nella
società dei consumi, dove dominano quantità,
istantaneità, transitorietà, accumulo,
profusione.
La nostra epoca si caratterizza per il binomio produzione-consumo,
il cui processo circolare non si limita all’erogazione di merci per
soddisfare bisogni, ma anche alla produzione incessante di bisogni,
affinché le merci abbiano una presenza continuativa sul
mercato; il tutto veicolato da una pubblicità ossessiva.
Ne consegue che l’uomo d’oggi è troppo impegnato su se
stesso, sul suo iperattivismo, perché abbia il tempo
necessario per invidiare l?altro, divenuto ormai figura del a: per
citare Aubert, potremmo dire che siamo occupati in permanenza,
un’urgenza dietro l’altra. D’altronde, l’invidia è un
sentimento, sia pure di segno negativo, e i sentimenti
presuppongono un’intelligenza affettiva che li coltivi e li mediti
in ampiezza e profondità: ma quale porzione di tempo la
tecnica lascia al radicamento dei sentimenti, in uno scenario
connotato in misura specifica solo da produttività, consumo
senza posa, individualismo?
Si badi, non più un individualismo semplicemente
narcisistico, bensì legato alla sopravvivenza. L’uomo,
infatti, è al mondo per espandere la propria energia, per
dispiegare la propria potenza d’essere, ma quando questa non
è più arginata dal senso del limite, poiché la
tecnica ci vuole tutti massimamente potenti, ovvero efficaci e
produttivi, non tanto per noi stessi, ma come suoi zimbelli, al
fine di alimentarne la Volontà di potenza, di perpetuarne
l?esistenza come unico orizzonte di senso, essa diventa primario
istinto di sopravvivenza, lotta per la vita, dove l’altro non
è tanto l’invidiato classico, ma, molto peggio, una cosa
tra le cose.
Prevale, di conseguenza, uno stare al mondo autoreferenziale, al
limite familistico, roccioso, impenetrabile dall’esterno e
impermeabile a qualsiasi intrusione affettiva, ripiegato su scarne
e mirate realtà biografiche, oppure pietrificato
nell’indifferentismo emotivo, espressivo, come sottolinea Adriano
Zamperini, di una messa tra parentesi della persona, in perfetta
linea con il sempre più frequente imporsi di anime piatte,
dozzinali, inquietanti nella loro glacialità affettiva.

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