Non confondiamo isolamento e solitudine!

La solitudine, ben diversa dall’isolamento, si delinea come uno stare al mondo autentico e positivo: un fecondo raccoglimento interiore per poi riaprirsi agli altri.

Il linguaggio, in cui dimora il mondo e nel quale svela il suo
senso, talvolta genera confusione, ci fa percorrere sentieri solo
apparentemente levigati e sicuri, ma, in realtà, insidiosi,
pieni di “crepacci nascosti”; questo perché siamo noi a fare
un uso distorto, banale e banalizzante del linguaggio e non
perché esso ci induca per sua natura alla mistificazione, al
sapere apparente o imposto dal mondo del “si dice, si fa”, ecc.
Capita, così, che non di rado tendiamo a vedere nella
solitudine una modalità inautentica, lacerante e dolorosa di
stare al mondo, scambiandola con l’isolamento, la chiusura
interiore, il mutismo relazionale.

Nicola Abbagnano, invece, afferma che: ” La solitudine non è
quella del misantropo, che vive nella preoccupazione di subire
danni e ingiustizie da parte degli altri che rimangono
perciò sempre presenti nel suo timore. È piuttosto
quella di chi cerca una pausa di raccoglimento che gli permetta di
sentire meglio il sapore della vita”.

Quello che Abbagnano propone è un “esistenzialismo
positivo”, dove l’uomo è possibilità,
progettualità aperta sul mondo, norma a se stesso, lettura
interiore dei suoi possibili che a hanno a che vedere con lo
sguardo estetizzante, narcisistico, ripiegato su se stesso
dell’intimismo, ma anche con forme di solitudine negativa (il a, la
nausea, lo scacco o naufragio).

L’uomo è, dunque, colui che ha capacità di scelta,
che si concretizza in un compito, in una missione quotidiana con
tutte le sue conseguenze etiche ed esistenziali: la vita come
dubbio, come continua rimessa in discussione dei dati acquisiti,
come impegno, sforzo, faticosa conquista.

La solitudine, come introspezione, scavo interiore, duro lavoro di
dissodamento dell’anima, viene a delinearsi, in ultima analisi,
come continua riapertura degli occhi, come “dilatazione delle
pupille” su ciò che si deve fare e si deve essere.

Insomma, la solitudine non è affatto fuga dalla
realtà, ma una forma di isolamento positivo, un ricrearsi un
proprio spazio interiore, un ri-spalancare gli occhi su se stessi
per riflettere, al di là delle abitudini, delle opinioni che
presupponiamo consolidate, sugli interrogativi di fondo
dell’esistenza, per poi riaprirsi al mondo carichi di energie
positive.

Fabio Gabrielli

Letture consigliate
C. Carrara, La solitudine nelle filosofie dell’esistenza,
Franco Angeli, Milano, 2000.
Un saggio penetrante, ben documentato, con scelte intelligenti e
mirate sulle filosofie dell’esistenza che maggiormente hanno
insistito sul tema della solitudine, sullo stare al mondo in modo
autentico o inautentico.

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