Non di solo pane…

Obesit

In tutte le culture il cibo non è solo apporto calorico
necessario alla sopravvivenza ma si riveste di molteplici
significati affettivi, sociali e culturali: cibo come amore,
veicolato in prima istanza dal latte materno, cibo come particolare
atmosfera dell’ora di pranzo in famiglia, come segno di livello
sociale o di appartenenza ad un gruppo, sancita proprio attraverso
le abitudini alimentari.

Superata l’impostazione che vedeva nell’obesità la semplice
conseguenza di una disfunzione endocrina o di una eredità di
famiglia si rileva, dal resoconto preciso del consumo quotidiano
abituale, che gli obesi sono tali perché mangiano
troppo.

Difficilmente gli obesi se ne rendono conto perché il reale
problema dell’obeso è che egli non si regola in base al
meccanismo fisiologico della fame/sazietà. Gli obesi infatti
non si basano sugli stimoli enterocettivi per definire la
sensazione di fame ma su altri, come la vista del cibo e la sua
quantità disponibile; non riescono a valutare con esattezza
il loro livello di sazietà e tendono a prolungare la
risposta ricercata nel cibo oltre la cessazione dello stimolo.

Secondo Hilde Bruch “esperienze precoci sbagliate … turbano in
questi soggetti la capacità di riconoscere le sensazioni di
fame e sazietà e di distinguere la fame, o lo stimolo di
mangiare, da altri segnali di malessere che a hanno a che fare con
la privazione di cibo”.

Luisa Merati

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