Non sparo. Scatto. Questa è la fotografia

Raccontare per immagini le situazioni di disagio e le storie che nessun giornale vuole pubblicare. Antonio Amendola, fondatore di Shoot4change, ci parla della sua passione: la fotografia. E della sua missione: il sociale.

Come è nata l’esperienza di
Shoot4change?
È nata con un
classicissimo blog due anni fa, poi la cosa mi è sfuggita di
mano e il numero di utenti è cresciuto fino ad arrivare ad
assumere la forma di una associazione no profit di respiro
internazionale. Ho iniziato subito dopo il terremoto dell’Aquila,
poco prima della Marcia mondiale per la pace e la non violenza. Il
nome, un po’ appealing, ha colpito gli organizzatori: gioco
molto
sull’ossimoro, sul termine shoot, che significa sia “scattare una
fotografia”, sia “sparare”, e su change che indica sia il
cambiamento sociale, sia i soldi. All’inizio qualcuno ci aveva
scambiato per un gruppo di mercenari… in realtà noi facciamo
scatti fotografici come mezzo per il cambiamento sociale. Gli
organizzatori della marcia per la pace mi chiesero una copertura
fotografica dell’evento su Roma. Io quel giorno non potevo farlo.
Scrissi allora un post sul blog – allora non sapevo quanta gente mi
stesse seguendo – e chiesi ai miei potenziali lettori se ci fosse
qualcuno disposto a darmi una mano. Nel giro di poche ore mi hanno
letteralmente intasato la casella postale e siamo riusciti a
coprire non solo Roma e Milano, ma anche mezza Italia, New York,
San Francisco, fino ad arrivare in Argentina.

Chi sono i fotografi di
Shoot4change?

Sono volontari. Ci sono tantissimi professionisti, ma anche molti
fotoamatori, sia evoluti che principianti, tutte persone che hanno
voglia di dedicare parte del loro tempo libero a raccontare storie.
La nostra mission è realizzare gratuitamente servizi
fotografici per chi non se lo può permettere e far conoscere
le storie di prossimità, ossia quelle che non vengono
considerate remunerative dall’informazione mainstream e che non
verrebbero acquistate da un’agenzia o da un magazine. Il nostro
motto è “shoot local, change global”: non occorre essere
grandi fotografi e attraversare il mondo per raccontare la Storia
con la S maiuscola, ma anche sotto casa, con una compatta o con un
cellulare, si possono raccontare le tantissime storie di
prossimità a livello locale. Quello che facciamo è
interconnettere tutti questi racconti su internet, spingendo altri
a fare altrettanto.

C’è una storia, tra
quelle raccontate, che le è rimasta nel
cuore?

Ce ne sono davvero centinaia… Una storia molto interessante viene
dall’Irlanda: un nostro fotografo, Gianpaolo La Paglia, ha
raccontato di un mercato clandestino nei sobborghi di Dublino dove
la gente svende i propri cavalli. Una delle conseguenze della crisi
economica è che la maggior parte delle persone non riesce
più a mantenere questi animali e quindi li svende a 30, 40
euro, in alcuni casi addirittura a 20 euro. In questo mercato,
gestito dalla malavita irlandese, moltissimi ragazzini li comprano
per giocare, salvo poi abbandonarli nelle periferie dopo due-tre
giorni. Il reportage di La Paglia è molto intenso e toccante,
ma erano foto che nessuno in Irlanda aveva considerato perché
non si voleva dare un’immagine così negativa del paese. Noi
invece lo abbiamo pubblicato per dimostrare che si può essere
creativi con un tema abusato come quello della crisi economica,
dando visibilità alle conseguenze
inaspettate.

Nei vostri reportage vi
occupate anche di ambiente?

Sì, abbiamo parlato ad esempio delle conseguenze del disastro
nucleare di Chernobyl. Un nostro fotografo è andato a visitare
un ospedale oncologico pediatrico in Ucraina dove ci sono bambini
che nascono tutt’oggi con le conseguenze di quell’incidente e a cui
però non viene riconosciuto lo status di “bambini di
Chernobyl”, cosa che darebbe loro il diritto a una pensione e a una
tutela sociale. Abbiamo voluto risensibilizzare le persone sul
tema.

Ci parla della vostra
attività didattica?

Un progetto molto carino e interessante è ad esempio
“Shoot4change Next Generation”. Ci stiamo concentrando su gruppi di
ragazzini in giro per il mondo: abbiamo iniziato da Roma, in una
scuola nel cuore della zona più multietnica della città,
Piazza Vittorio. Ci sposteremo poi a Barcellona, in Costa Rica e a
breve anche a Lecce e in Bangladesh. L’obiettivo è quello di
crescere una nuova generazione di bambini con la cultura del
racconto fotografico. Chiediamo ai ragazzi di essere parte attiva,
di darci il loro punto di vista. Ci sono poi altre attività
didattiche e workshop, i cui proventi vengono utilizzati per
finanziare non solo l’associazione, ma anche i progetti sociali
locali.

Nella mostra “certi
sguardi”, a Milano in via Dante fino al 20 dicembre, sono esposte
anche alcune sue foto: com’è nata l’idea
dell’evento?

La mostra è stata organizzata da Vita, che è il magazine
di riferimento per il terzo settore. E’ stato chiesto a noi e a
Photoaid di raccontare in pochi scatti le attività dei
volontari, persone a cui di solito non viene riconosciuto un vero e
proprio ruolo, ma che in molte realtà svolgono
un’attività fondamentale. Intervengono ad esempio laddove
mancano i soggetti istituzionali, operando in un contesto
deficitario e mettono a disposizione parte del proprio tempo libero
con un enorme entusiasmo per aiutare spontaneamente gli altri.
Abbiamo fotografie che vanno dai volontari che lavorano
nell’associazione sportiva Liberi Nantes a Roma fino ai cosiddetti
“angeli del fango” che sono intervenuti nella tragedia ligure di
poche settimane fa.

Progetti
futuri?

Continuare così, a raccontare tante storie dimenticate.
C’è ad esempio un progetto molto bello, “Low resolution
generation project”, sulla cosiddetta “generazione a bassa
risoluzione”, ovvero quella che sta scomparendo a causa delle crisi
economica sia in Europa che negli Stati Uniti. Speriamo che il
progetto diventi virale sui social: sono ritratti di persone con i
volti pixellati, la gente si racconta in termini di progressiva
scomparsa dalla società. Noi vogliamo arrivare ad una soglia
critica di ritratti a bassa risoluzione per denunciare la
situazione e raccontare così la crisi economica in maniera
provocatoria.

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