Nutrire il corpo e l’anima nell’equilibrio del Brahman

“Ayurveda” in sanscrito significa conoscere la vita e di conseguenza vivere in sintonia con la natura, in una pratica che contempla il desiderio come specchio non deformato dei propri bisogni autentici.

Secondo l’AYURVEDA se le nostre papille gustative apprezzano un
certo cibo, i dosha, principi metabolici che connettono il corpo e
la mente, ricevono un’enorme quantità di informazioni utili
al nostro equilibrio interiore che raggiungiamo riappropriandoci
del Sé profondo, la nostra biblioteca cosmica.

Non c’è forse, disciplina e dieta più dolcemente
destabilizzante di questa, che ti suggerisce di ascoltare,
guardare, toccare, annusare, assaggiare e quindi ricevere e
prendere ciò che il tuo istinto profondo ti indica…

Secondo questa sublime saggezza dell’incertezza, del qui ed ora
anche dinnanzi al cibo, ad un piatto preparato in una serata
gastronomica, l’AYURVEDA viene molto valorizzata dal Buddismo nella
sua valenza di accettazione e di rispetto.
Secondo le Upanishad, le antiche Scritture dell’India,il cibo
é Brahman, la Realtà Divina. L’unione di tutta la
vita è dimostrata dal processo del mangiare, per mezzo del
quale partecipiamo e siamo responsabili del moto della creazione
nel mondo materiale.

Il sentiero, meraviglioso, in cui ci sospinge l’AYURVEDA è
lo sviluppo di una certa sensibilità, che ci permetta di
capire qual è, in ogni momento, lo stato delle forze vitali:
non è cosa devi mangiare ma ciò che esattamente
desideri in una certa circostanza: chi ci prende silenziosamente
per mano siamo noi stessi che impariamo a lasciarci guidare dalla
nostra stessa costituzione e dai suoi impulsi sottili, dato che le
preferenze alimentari offrono l’opportunità, come è
noto da millenni, di riconoscere i bisogni spirituali.

La nostra forza vitale quindi, non può essere misurata in
termini di vitamine, minerali, calorie ma in termini di vicinanza
alla natura e di conseguenza più siamo lontani dalla
preparazione del cibo che ingeriamo e più il cibo è
lontano dal suo stato naturale, meno probabile è che ci
soddisfi, più lontana è la pace interiore,
Brahman.

La sfida di questa sera e di sempre è di offrire , nella
gioia, questa vicinanza, questa freschezza, questa evidenza della
lucidità che ha tutto ciò che è semplice,
agito con cura, senza commento.

Come Jabes ci sussurra “l’ospitalità è un’intesa
silenziosa” così in India l’ospitalità è il
karma (l’atto) più sacro.
Chi muove verso di te troverà libera via, non importano le
difficoltà del cammino, a un certo momento giungerà,
perché sa di essere atteso, sinceramente, sia Dio, l’ospite
dell’anima, sia chiunque.
.
E verrà nutrito, verrà trasformata della materia, in
suo onore, in cibo fragrante : il tutto compiuto con estrema
attenzione, generosità, calore.

Il calore nel cibo indiano è nella lussureggiante
varietà delle spezie, forse perché per gli Indiani
mangiare è un’offerta al Fuoco Divino dello stomaco: chi
è stato in India non può dimenticarne l’odore:
è un odore arancio, giallo, ocra, è un odore
cantilenante, un mantra dell’olfatto che ti circonda e ti penetra
in mezzo agli occhi.

Non ha senso cercare un simulacro intollerabilmente piccante qui a
Milano questa sera. È l’atto di avere cucinato per voi, di
condividere ciò che abbiamo preparato interpretando con
passione una fetta di mondo che ci è cara e ci affascina ,
questa sera nel segno di Dio.

Due terzi della popolazione indiana è vegetariana: dalla
tolleranza del buddismo alle limitazioni dell’induismo fino alla
rigida prescrizione jainista è un unico canto che sale da
milioni di persone che transitano in questo mondo gremito da altri
animali. La pratica Yogica confida in un cibo che accresca la vita,
la purezza, la forza, la salute, la gioia, l’allegria. La dieta
lacto-vegetariana che nutre l’indiano mescola salute, etica,
spiritualità, tenendo sempre presente che la mente è
costituita dalla parte più sottile dell’essenza del cibo, in
accordo con il principio costante del rispetto per la vita nella
sua espressione di non-violenza.

Questa comunque è solo una finestra-mondo, in cui ciascuno
si più o meno riconoscere, senza integralismi ma
raccogliendone gli ingredienti sottili : purezza, ascolto,
silenzio, danza, amore.

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