Martín von Hildebrand e il progetto Coama: per l’Amazzonia e le sue genti

Coama è un network di ong colombiane nata per accompagnare le popolazioni nella gestione del territorio. Ne abbiamo parlato con Martín von Hildebrand

Da trent’anni Martín von Hildebrand lavora per la salvaguardia della foresta pluviale tropicale, della diversità culturale e dei diritti delle popolazioni indigene nell’Amazonia colombiana. Ha vissuto nell’ambito delle loro comunità e ha svolto importanti ruoli governativi, come la direzione degli Affari Indigeni, a partire dalla quale ha partecipato in modo attivo allo sviluppo del convegno 169 della OIT sui diritti dei popoli indigeni e tribali, così come al riconoscimento dei diritti indigeni nell’ambito della Costituzione colombiana del 1991, in quanto direttore della Questione Indigena, su un area di 20 milioni di ettari di foresta amazzonica, equivalente all’area della Gran Bretagna.

E’ il fondatore di una piccola organizzazione non-governativa, Gaia Amazonas, e del programma Coama, attraverso le quali porta avanti la sua visione. Nel 1999 Coama ha ricevuto il premio Right Livelihood in Svezia – noto anche come il Premio Nobel Alternativo – per essere “uno degli esempi più avvincenti, nel mondo attuale, del contributo che i popoli nativi possono dare a un futuro sostenibile”.

Martín von Hildebrand, in cosa consiste il progetto Coama?

Il programma Coama (Consolidamento dell’Amazzonia) mette a punto una strategia per i 20 milioni di ettari di foresta amazzonica colombiana attraverso il sostegno delle popolazioni indigene e della loro conoscenza tradizionale. Nel 1989 un network di organizzazioni non governative colombiane, con finanziamenti europei, ha unito le forze per accompagnare le popolazioni indigene nel processo di attivarsi nella gestione del proprio territorio, nel rafforzamento della loro cultura e, successivamente, nel far applicare la Costituzione e le nuove leggi. Sono state intraprese iniziative relative a salute, educazione, gestione del territorio e creazione di piccole imprese artigianali. 250 comunità (25.000 persone), che includono più di 22 diversi gruppi etnici, sono state coinvolte in questo processo.

Quale è il suo lavoro all’interno di Coama?

All’interno di Coama sono, fin dall’inizio, il responsabile della strategia e il coordinatore delle attività. Si è trattato di creare una sinergia tra tutte le diverse ong che lavorano nella regione, puntando verso uno stesso obiettivo: recuperare la governabilità dei propri territori basandosi su conoscenze tradizionali. Si è trattato anche di rafforzare le capacità organizzative indigene e di creare degli spazi in cui fosse possibile un dialogo diretto tra loro e lo stato.

Per i prossimi dieci anni, ci proponiamo …

Per i prossimi dieci anni, ci proponiamo di fare pressione sul governo colombiano per fare sì che ci sia una decentralizzazione politica e amministrativa e che sempre un maggior potere decisionale venga lasciato in mano agli indigeni. Noi di Coama vogliamo anche coinvolgere in questo progetto gli indios che vivono oltre il confine di Brasile e Venezuela e le ong che operano in quei territori. Il mio sogno è quello di raggiungere un accordo tri-laterale che coinvolga tutti gli abitanti indigeni e favorisca la gestione ecologica dei più di 70 milioni di ettari di foresta pluviale ininterrotta, nel bacino amazzonico nord- occidentale.

Quali sono i rischi che le popolazioni dell’Amazzonia stanno correndo?

La colonizzazione e l’imposizione dello stile di vita occidentale sono state portate avanti nel nome del Cristianesimo, del progresso, dello sviluppo e, adesso, della globalizzazione. La logica di mercato e la domanda incontrollata di risorse genetiche e di legname stanno minando lo stile di vita tradizionale di questi popoli e il contesto ambientale, sociale e legale che protegge queste persone e il loro territorio.

Quale contributo queste culture hanno da offrire al mondo occidentale?

Per le popolazioni indigene dell’Amazzonia colombiana la foresta è il loro ambiente e, allo stesso tempo, è la loro risorsa di sopravvivenza. Ma è anche molto di più, ha una importanza estetica e spirituale nella loro vita. La loro conoscenza tradizionale, acquisita nel corso di secoli attraverso l’interazione con l’ambiente, porta le comunità ad agire in modo tale da proteggere e sostenere la foresta in quanto ecosistema. Il nostro stile di vita urbanizzato crea, invece, una distanza crescente tra l’ambiente naturale e una modalità più comunitaria di vita. Abbiamo usato il pianeta per soddisfare i nostri bisogni materiali, senza renderci conto che siamo tutti parte di un sistema e che non possiamo sopravvivere senza un ambiente sano. I popoli nativi hanno sviluppato culture che sono antiche tanto quanto le nostre. Anche se non hanno sviluppato una scienza e una tecnologia simile hanno molto da insegnarci. Ci offrono punti di vista diversi, in cui gli esseri umani sono parte integrante della vita sul pianeta e a questa devono contribuire.

Che cosa possiamo fare dall’occidente per aiutare le popolazioni indigene a vedere i loro diritti riconosciuti?

La tendenza è, purtroppo, quella di chiedersi che cosa possiamo fare per le popolazioni indigene, senza prendere in considerazioni l’impatto delle nostre azioni. Stendiamo dei programmi di sviluppo basati sulla nostra concezione di vita e pensiamo che ciò che consideriamo buono per noi lo sia anche per loro. Portiamo loro le nostre risposte e chiediamo loro di aderirvi, invece di ascoltarli e rispettare i loro punti di vista, il loro stile di vita, il loro ambiente. Quello che veramente potremmo fare per loro è spingere i nostri governi a ratificare convenzioni internazionali che riconoscano i diritti delle popolazioni indigene, anche in nazioni in cui non ce ne sono!

L’aver ricevuto il “Premio Nobel Alternativo” ha favorito la vostra attività?

Il riconoscimento internazionale dl nostro lavoro è stato un riconoscimento internazionale dell’importanza della foresta pluviale e dell’importanza del diritto degli indigeni alla loro foresta, al loro territorio, alla loro cultura, alla loro autonomia. Cosa pensa del mondo in cui viviamo? Per quanto ne sappiamo, la Terra è l’unico pianeta vivo, l’unico pianeta in cui si è manifestato il pensiero. E’ attraverso di noi che il pianeta può pensare se stesso, può essere consapevole di sé. Ma insieme alla scienza e alla tecnologia abbiamo sviluppato la convinzione di essere i padroni del pianeta e di poterlo usare per i nostri interessi. Questo atteggiamento sta distruggendo l’ambiente e ci sta portando verso una sesta estinzione. Attualmente siamo in un momento critico.

Che cosa è per lei la felicità?

Felicità è quando l’universo gioisce di se stesso e celebra se stesso attraverso di noi.

Articoli correlati