Per una progettazione delle relazioni

Nello studio “Aldo Cibic & Partners” una ventina di persone fa ricerche su come la progettazione di spazi e oggetti di uso comune può migliorare le nostre relazioni.

Attualmente state lavorando sull’argomento cittadino
/città?

Sì, sul progetto “citizen/city”, la città dei
cittadini. Abbiamo costiuito un gruppo di ricerca. Questo progetto
è per noi una specie di zona ideale, risponde da un lato a
una necessità per sopravvivere psicologicamente tra il
lavoro, il business e la routine, dall’altro per costruire nuove
possibilità di progresso. Tutti nello studio partecipano a
pensare questo progetto.

Com’è nato?
Mi domandavo che cosa possiamo fare rispetto all’architettura, al
quartiere, alle condizioni delle persone, a come la gente
può relazionarsi di più, a come modificare la
struttura dei quartieri affinchè ci sia una maggiore
armonizzazione. E pian piano abbiamo cominciato a mettere insieme
dei pezzi.

Come si svolge questo lavoro?
Si divide in due parti, una è la ricerca nella realtà
in cui viviamo, l’analisi che fa emergere delle tematiche. La
seconda parte che abbiamo intitolato “realtà diverse”,
è la parte propositiva. Non sono dei progetti definitivi, ma
frammenti di possibilità, di situazioni, fatte di tante
storie che messe insieme danno l’idea di una realtà un po’
diversa.
Per fare la prima parte del lavoro siamo entrati in diversi
quartieri e abbiamo intervistate le persone più diverse per
raccogliere delle microstorie. Con l’aiuto di questi contributi
vengono fuori delle visioni per cambiare la realtà.

Un elemento importante venuto fuori in questa fase di
lavoro?

Ecco qualche titolo che serve per sviluppare le tematiche: “Nuove
necessità”: le città non si sono adeguate ai nuovi
stili di vita. E’ una zona di lavoro molto interessante
considerando chi esce di sera, chi sta sempre al chiuso, alle
distanze e tante altre cose. Oppure “Bene comune”: come può
una comunità condividere un progetto di qualità di
vita? Ecco l’idea del bene comune come qualcosa che può
essere povero, ma se c’è rispetto e cura acquista un valore
che va al di là dell’architettura. “Accoglienza”: come
vivere meglio con chi viene da fuori, il che è legato anche
al progetto di creare nuovi lavori tramite possibili storie che
permettono aggregazione e scambi.

Partite sempre dall’architettura?
Piuttosto da condizioni organizzative, pensando i posti dove
potrebbero succedere determinate cose. Un po’ come fotogrammi di un
film che ti comunicano cosa potrebbe essere una storia che risolve
parzialmente il problema. Per me è un’ossessione creare
vitalità, mettere insieme delle cose per farle acquisire
significato.

Raccontami una storia dall’inizio alla
fine
Eccone una sull’attività dell’uomo: la
pulizia delle scarpe. Nessuno sa bene come pulirle, pensando ai
diversi materiali. Allora abbiamo pensato di rivalutare
quest’attività, pensando a un corso di tre settimane per
farsi una cultura sull’argomento, disegnando degli attrezzi nuovi e
funzionali e un carrellino bellissimo, con musica e un attacco per
la bicicletta. Facendo così creiamo il lavoro del
lustrascarpe, che non è più un disgraziato ma una
persona che ha la sua dignità.
In questo caso il carrellino e gli attrezzi diventano oggetti di
design che rientrano nel concetto di basso impatto ambientale,
perchè non sono più oggetti che ingombrano, che
alimentano il sistema del consumismo, ma sono strumenti che
costruiscono lavoro e benessere.
Oppure l’idea della “street cuisine”, un alternativa al mondo
omologato e globalizzato. Abbiamo pensato a un blocco cucina, dove
va a cucinare chi lo sa fare e chi ha voglia, per esempio il
cingalese o la signora di Napoli che sa fare molto bene una cosa
che fa parte della sua cultura. Se c’è qualcuno che lo
organizza, diventa una cosa molto gioiosa e alternativa. Non
sarebbe altro che ottimizzare delle forze già esistenti.

Cosa significa per te la natura?
Una bolla di vuoto in contrapposizione con la densità della
città. Una pausa che interrompe l’accumulo e ti
“resetta”.


Rita Imwinkelried

Articoli correlati