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Non sempre il cambiamento

Difficile accettare “filosoficamente” un incidente, una malattia o
la morte di una persona cara, come una delle molteplici
possibilità del fluire della vita, e la consolidata routine
precedente al cambiamento è sempre più appetibile di
quanto la realtà ha inferto, spesso senza neppure
“consultarci” prima.

Eppure anche con questi cambiamenti dobbiamo fare i conti, che ci
piaccia o meno. E quando la realtà non può essere
cambiata, molto può essere fatto, invece, per cambiare
atteggiamento nei confronti di quanto avvenuto. Si tratta di
“collaborare con l’inevitabile” come diceva lo psicoterapeuta
Roberto Assagioli, che riconosceva illimitata la libertà
dell’essere umano proprio per questa sua capacità di
affrontare gli eventi in modo attivo e non solo passivo.

Ma come si fa a collaborare con l’invitabile? Come si può
facilitare la gestione di un cambiamento repentino e…
indesiderato?

Prima di tutto è importante scaricare l’emotività
connessa all’evento: Le unità più moderne dei servizi
di pronto soccorso negli USA, quelle che ricevono anche una
preparazione psicologica, sanno che bisogna permettere alle persone
che hanno subito uno shock di sfogarsi, parlando, piangendo o in
qualsiasi altro modo. Contrariamente all’idea comune che bisogna
“essere forti” e ignorare il dolore, è solo scaricandolo
attraverso una qualche forma di espressione che lo si potrà
veramente superare.

Il passo successivo è proprio quello di cambiare
atteggiamento. Dallo sconforto del “Perché mi è
successo questo”, passare, non appena possibile, a: “Ora che mi
è successo questo che cosa faccio”. Il prendere parte attiva
al processo permette di superare la sensazione di essere vittima
degli eventi, facendo concentrare l’attenzione sul restauro, la
ricostruzione o la riorganizzazione.

Un ulteriore salto di qualità viene fatto relativizzando
l’accaduto e inserendo in un contesto più vasto. Una famosa
parabola indiana racconta di una donna disperata per la morte del
figlio che va dal capo spirituale della sua comunità,
pregandolo di riportare in vita il piccolo. Il saggio le dice che
per esaudire il suo desiderio è necessaria la camicia di un
individuo che non abbia mai sofferto lutti o drammi nella propria
vita. Dopo aver girato, inutilmente, tutto il villaggio, la donna
è più pronta ad accettare la sua sorte.

Ma una “guarigione” più completa dal trauma avviene quando
si riesce a “dare un senso” a quanto successo, un passo che non
può essere fatto “a caldo”, ma che solo successivamente, col
passare del tempo, può rivelare diverse possibili chiavi di
lettura di quanto avvenuto, in grado di riappacificarci col
mondo.

Marcella Danon
psicologa

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