Perdere… senza perdersi

Perdite e distacchi sono esperienze comuni, fanno parte della nostra vita e fanno male, al punto che spesso reagiamo un po’… come le lucertole: se una parte soffre, la tagliamo via. Distaccandoci da noi stessi e dagli altri. Ma esiste un altro modo.

Quale esistenza non vive piccole e grandi perdite, piccoli e
grandi distacchi? Da persone amate, da oggetti cari, dal proprio
lavoro, ma anche dal paese di nascita, dalla casa a cui eravamo
affezionati… sono eventi abbastanza comuni. E c’è di
più: il distacco non è solo perdere qualcuno o
qualcosa, è anche perdere un proprio modo di essere.
L’esperienza del crescere, ma anche quella d’invecchiare: il corpo
che si trasforma… non è forse un distacco da un modo
d’essere, da un’immagine di sé?

Sono emozioni ed esperienze comuni a tutti noi che ci riportano
al più vasto tema del cambiamento,
della trasformazione che è poi il tema della vita: luoghi,
relazioni, rapporti, ruoli sociali mutano, come cambiamo noi stessi
insieme al nostro corpo e al nostro modo di pensare, di percepire,
di sentire. La vita è tutta sostanzialmente un processo di
cambiamento, un percorso del divenire, un aggiustamento consapevole
di come siamo fatti: creare armonia dentro di sé, sintesi
nella definizione di Roberto Assagioli, psichiatra e fondatore
della psicosintesi.
E questo cambiamento comporta tanto la speranza della
trasformazione quanto il timore della perdita.
Dobbiamo allora evitare i distacchi? Impossibile. Neutralizzarli in
modo da anestetizzarci e non sentire più a, né
nell’animo né nel corpo? Oppure ancora cristallizzarci,
immobilizzarci nella sofferenza, solo per il fatto che la
continuità, persino se dolorosa, ci dà un senso
d’identità?

La psicosintesi propone esattamente il contrario: nessuna
anestesia, nessuna chiusura ai sentimenti, tanto meno a quelli
pesanti. Queste emozioni purtroppo non sono rare, ma sono emozioni
da condividere: solo così, pur essendo dolorose, non sono
distruttive. Non è il dolore che ci distrugge dentro, ma
l’isolamento, la
chiusura
.

Il dolore allora si può, si deve condividere e prima di
tutto con noi stessi: come? Semplicemente permettendoci di
provarlo. Fermiamoci, concediamoci tempo, lasciamolo
parlare
questo nostro dolore… e se le parole si
esprimeranno in pianto, ascoltiamolo ma facciamolo con affetto:
questo di oggi forse richiamerà lacrime più antiche
che non ci eravamo permessi di provare, alle quali non avevamo
concesso sfogo, espressione perché non potevamo
concedercela. “Simile a pianta che non ha più fiori, ormai
tronco, posso contorcermi. Salice piangente.” E’ il sentimento
doloroso di una poetessa giapponese del ‘600, scritto dopo la
scomparsa di tutti i suoi familiari… ma lei ha potuto
permetterselo, ha potuto contorcersi, sostare nel suo dolore! Il
dolore espresso, anche poeticamente, non distrugge, non lacera.

Scrivere, parlare, raccontare… raccontarsi agli altri: a
qualcuno che ci
ascolti
, che ci stringa una mano, che ci accompagni
nella sofferenza, che condivida i nostri sentimenti. E’ la
chiusura, il non parlare a scavare un abisso tra sé e se
stessi, tra sé e l’Altro, per il credente tra sé e
Dio o qualsiasi forma di trascendenza. Parlare, al contrario, fa
rientrare nel relativo. E quello che era un dolore assoluto, che
c’invadeva totalmente, diventa relativo proprio perché,
raccontandoci all’Altro, entrando in relazione scopriamo che
accanto all’emozione dolorosa c’è il conforto, la simpatia,
la tenerezza, l’empatia, la comprensione,
la commozione. E con la commozione riemerge il ricordo delle
persone amate, dei momenti belli. L’animo si solleva, si eleva.
Per Assagioli come per Buber noi siamo esseri di relazione, non
siamo esseri soli: non esiste l’io se non esiste il tu. Solo
se siamo in
relazione siamo noi stessi
, siamo sulla strada
dell’essere umano, siamo nella direzione del cuore:
quell’intenzione profonda, quella consapevolezza nel vivere per cui
ogni azione, ogni gesto, ogni incontro, ogni cosa che ci circonda
racchiude e imprigiona in sé preziose scintille che noi
siamo in grado di liberare.

Anna
Condemi

Tratto da una conferenza del Dott. Enzo
Liguori, direttore del Centro di Milano dell’Istituto di
Psicosintesi –
[email protected]

 

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