Brasile, il video dell’ultimo superstite di una tribù amazzonica che vive da 22 anni solo nella foresta

L’uomo, che vive da solo nella foresta amazzonica da oltre venti anni rifiutando ogni contatto, è stato ripreso per la prima volta.

È l’ultimo esemplare di una “specie” in via di estinzione, condannata all’oblio eterno. Non parliamo, questa volta di un raro animale come il rinoceronte di Sumatra o la vaquita, ma dell’ultimo sopravvissuto di una tribù incontattata dell’Amazzonia brasiliana. Il parallelismo tra uomo e animale non è offensivo, ma da intendersi in chiave antispecista: l’uomo è una specie animale. L’uomo, conosciuto come “L’ultimo della sua tribù”, è stato ripreso in un video diffuso dal Funai, il Dipartimento brasiliano agli affari indigeni.

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Storia di un massacro

Le straordinarie immagini, la prima documentazione diretta de “L’ultimo della sua tribù”, mostrano l’uomo nella foresta, intento a tagliare un albero. Si crede che la sua tribù sia stata sterminata nel 1995 dai sicari inviati dagli allevatori di bestiame che hanno invaso la regione a partire dagli anni Settanta, da allora l’uomo, di cui non si conosce quasi nulla, né quale sia il nome della sua tribù o che lingua parli, vive da solo rifiutando ogni contatto con il mondo esterno.

Capanna costruita dall'uomo noto come L'ultimo della sua tribù
Capanna e orto dove l’uomo noto come “L’ultimo della sua tribù” coltiva manioca e altre verdure. Di questo indiano incontattato si sa molto poco. Vive isolato in un angolo di foresta, circondato dagli allevamenti e dalle piantagioni di soia nello stato brasiliano di Rondônia © J.Pessoa/Survival International

Da solo nella foresta

L’esistenza dell’uomo è nota al Funai all’incirca dal 1990, quando vennero trovate prove di capanne distrutte della tipologia da lui costruita. L’uomo continua a sostentarsi grazie alla munificenza della foresta, la sua unica compagna oramai. Grazie all’osservazione dei suoi accampamenti abbandonati si sa che coltiva mais, manioca, papaya e banane, scava inoltre buche profonde circa due metri in cui conficca bastoni affilati per catturare gli animali. Si ripara in capanne di paglia e canne e al loro interno scava una buca, probabilmente per proteggersi in caso di attacco.

Una nuova invasione

La sopravvivenza dell’indigeno solitario è in costante pericolo, nel 2009 è scampato all’attacco di alcuni sicari e oggi il suo territorio, protetto grazie al lavoro del Funai, rischia di perdere il suo status di protezione esponendolo ad una nuova invasione di allevatori. Proprio per questo il raro video è estremamente prezioso, il Funai deve dimostrare che l’uomo è ancora in vita per mantenere l’ordine restrittivo che protegge la sua terra.

Un’altra vita è possibile

“Quest’uomo che nessuno di noi conosce e che ha perso praticamente tutto, incluso il resto del suo popolo, dimostra che è possibile sopravvivere e resistere al contatto – ha dichiarato Altair Algayer, capo della missione governativa del Funai che monitora il territorio. – Ritengo che stia meglio così rispetto a come starebbe se avesse avuto qualche contatto con il mondo esterno”.

Buca scavata per intrappolare gli animali
L’uomo scava profonde buche per intrappolarvi gli animali o per nascondersi. Si crede che sia il solo superstite di una tribù massacrata dagli allevatori tra gli anni Settanta e Ottanta
© J.Pessoa/Survival International

Come salvare le tribù incontattate

Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni, ha lanciato la campagna Popoli incontattati proprio per difendere i diritti delle tribù che hanno deciso di non avere rapporti con la società dominante. “Le tribù incontattate non sono reliquie primitive di un passato remoto. Vivono qui e ora – ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. – Sono nostre contemporanee e una parte essenziale della diversità umana, ma se la loro terra non sarà protetta rischiano la catastrofe. Solo un radicale cambiamento dell’opinione pubblica può aumentare le probabilità di una loro sopravvivenza futura e contrapporsi agli interessi della potente lobby dell’agribusiness”.

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