Peter Singer, ‘Liberazione animale’: prefazione all’edizione Net 2003 …5

Prima di concludere, vorrei riprendere un tema affrontato nell’ultimo paragrafo della prefazione alla prima edizione. Alla luce del continuo aumento della popolazione umana, molti credono che il sistema basato sulle fattorie industriali sia necessario per sfamare un numero così elevato di persone. In quest’ottica, in particolare, ritengono che l’allevamento intensivo, in cui un gran numero

Prima di concludere, vorrei riprendere un tema affrontato
nell’ultimo paragrafo della prefazione alla prima edizione. Alla
luce del continuo aumento della popolazione umana, molti credono
che il sistema basato sulle fattorie industriali sia necessario per
sfamare un numero così elevato di persone. In quest’ottica,
in particolare, ritengono che l’allevamento intensivo, in cui un
gran numero di animali viene confinato in poco spazio, rappresenti
un modo più efficiente di utilizzare la terra rispetto ai
metodi tradizionali, in cui pochi animali venivano lasciati liberi
di vagare in ampi spazi. In realtà è vero il
contrario. Per nutrire gli animali degli allevamenti intensivi,
infatti, si coltivano cereali e soia con un sistema che spreca sino
al novanta percento del valore alimentare prodotto: le fattorie
industriali, quindi, sono tutt’altro che efficienti. Nel concludere
la prefazione all’edizione del 1975 osservai che, se avessimo
cessato di allevare e di uccidere gli animali a scopo alimentare,
avremmo potuto produrre maggiori quantità di cibo con un
minore impatto ambientale. Tale principio è tuttora valido
e, anche se, fortunatamente, dal 1975 a oggi la percentuale di
persone che va a letto a stomaco vuoto si è ridotta, il
numero effettivo di umani che soffrono la fame non è variato
molto rispetto a quell’anno. La diffusione delle fattorie
industriali in Asia, dettata dalla necessità di soddisfare i
bisogni alimentari di una classe media in crescita, non fa che
aggravare la situazione. Esiste, tuttavia, anche un altro problema,
di cui nel 1975 non ero nemmeno al corrente, ma di cui ho preso
coscienza mentre rivedevo il libro per l’edizione del 1990: il
riscaldamento del pianeta. Come ho illustrato nel quarto capitolo,
il sistema di allevamento intensivo contribuisce ad aumentare il
fenomeno: per coltivare e trasportare il cibo necessario agli
animali e aerare i capannoni in cui vivono, infatti, sono
necessarie grandi quantità d’energia. Gli animali stessi,
inoltre, soprattutto le mucche, producono quantità notevoli
di metano, un gas serra che intrappola il calore in misura venti
volte maggiore al biossido di carbonio. Se nel 1990 il parere degli
scienziati sul riscaldamento della terra suscitava ancora
perplessità, oggi nessuno ha più dubbi in merito.
Secondo quanto afferma lo Human Development Report delle Nazioni
Unite del 1998, nell’arco della sua vita un bambino nato negli
Stati Uniti consuma risorse e inquina più di 30-50 bambini
dei paesi in via di sviluppo. Gli italiani non sprecano i
combustibili fossili quanto gli americani, eppure un bambino nato
in Italia contribuisce al consumo delle risorse e all’inquinamento
del pianeta più di 15-25 bambini dei paesi meno sviluppati.
Anche una dieta basata sul consumo di quantità elevate, per
altro inutili e malsane, di prodotti animali ottenuti con metodi
intensivi aumenta considerevolmente lo sfruttamento delle risorse e
l’inquinamento, e altera il clima della terra. È, dunque,
tempo di modificarla: per il bene degli animali, ma anche dei
nostri simili.

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