Pj Harvey – Let England Shake

La metamorfosi di Polly giunge a compimento nel suo lavoro migliore degli ultimi anni Let England shake: folk-rock originalissimo veicola messaggi forti sullo

Il nuovo album di PJ Harvey è prima di tutto un capolavoro
letterario. Solo avendo colto e assimilato questo aspetto, si
rivela come uno dei dischi più affascinanti della sua
ventennale carriera, sempre che non siate imbullonati all’immagine
dell’emaciata rocker di Rid Of Me.

Let England Shake è anche uno dei lavori più
originali proposti dall’attuale panorama della musica moderna, per
niente patriottico e nazionalista, come ha scritto qualcuno forse
interpretando frettolosamente i due brani già noti da tempo
(oltre alla title track, The Last Living Rose) e totalmente libero
da qualsiasi cliché. Polly ha passato interi mesi scrivendo
e riscrivendo parole, rifuggendo il tentativo di plasmarle
prematuramente in un qualche contesto melodico. Ha lavorato
duramente, ascoltando i dischi di Doors, Pogues e Velvet
Underground («Per la loro energia»); letto le
riflessioni politiche di Pinter e le sceneggiature di Jez
Butterworth. Ha posato fissamente lo sguardo su un dipinto di Goya
(I disastri della guerra), sui reportage fotografici di Dalì
dal fronte civile spagnolo e su alcuni film di Kubrick (Orizzonti
di gloria, 2001 e Barry Lyndon).

Solo quando i testi hanno assunto la piena espressione del suo
volere (cioè evocare in maniera onesta e diretta lo stato in
cui vive la gente a causa del “progresso” politico ed economico e
delle conseguenze dei conflitti, indicando l’Inghilterra come
l’ultimo baluardo in cui i valori umani più sani e profondi
sono ancora visibili, forti nel ricordo di persone, azioni e
luoghi), PJ ha chiamato a sé i suoi più fidi
collaboratori, Flood, Mick Harvey e John Parish.

Li ha portati in una chiesa del XIX secolo posta su una scogliera
del Dorset e «in un clima di energia positiva e grande carica
creativa» ha messo un abito sonoro alle melodie. L’album si
collega idealmente a White Chalk, già cantore dei suoi
luoghi d’origine, anche se l’approccio interpretativo e il cantato
su ottave alte hanno diversi punti di contatto con il recente A
Woman A Man Walked By condiviso con Parish. Polly ha composto le
melodie utilizzando diversi tipi di autoharp (abbracciata a uno di
questi si era presentata lo scorso aprile a uno show televisivo di
Andrew Marr, eseguendo in anteprima Let England Shake addirittura
di fronte a Gordon Brown), ma si è già intuito che le
canzoni funzionano benissimo anche con la chitarra elettrica a
tracolla. La matrice musicale è collocabile in un folk-rock
atipico, denso di poesia liquida, pienamente rispecchiato nella
liricità dei testi; alcuni brani, come le struggenti The
Glorious Land e On Battleship Hill rivisitano, con ulteriori
contaminazioni, il pop declinato al femminile (vedi alla voce Kate
Bush).

È un album che trasuda immagini di guerra: lo sbarco di
Gallipoli è citato in 3 brani, e molti sono i riferimenti
all’Afghanistan. L’eco dei conflitti viene evocato da una ritmica
quasi marziale, come quella che conduce The Words That Maketh
Murder (notare come PJ ricorra a parole arcaiche per collocare
l’album in un luogo che sia al contempo moderno e ancestrale).
«La morte era ovunque nell’aria e nei rumori»:
così, accompagnata da sonorità quasi da cerimonia
funebre, apre All And Everyone. In questi paesaggi spettrali, la
nazione è una presenza da tenere viva: «Vivo e muoio
attraverso l’Inghilterra; lascia tristezza, lascia un gusto
amaro», declama con voce tremolante nella stranita England,
«ho ricercato le tue sorgenti, ma il popolo stagna nel tempo,
proprio come l’aria e l’acqua». Figure di un disco che mostra
lo stesso volto decadente delle pagine più belle del pop
britannico, con un ideale collegamento all’elaborazione del lutto
di The Good, The Bad And The Queen, in cui veniva dato l’ultimo
sguardo a un universo perduto, originale, bellissimo (la nazione
inglese e le sue tipiche espressioni), ucciso sotto i colpi di una
modernità che nessun essere dotato di raziocinio avrebbe
immaginato così intrisa di elementi di morte.

Con questo disco PJ si riappropria del ruolo di forza
catalizzatrice, uscendo dai territori soffocanti della sua anima
dilaniata per dipingere, in una visione nuda, cruda e attuale della
realtà, quelli della sua terra, che diventano metafora
universale. Luoghi da cui non bisogna fuggire, bensì tornare
ad abitare, anche nella memoria, a difesa di un vivere
autenticamente ancorato all’amore. Un suolo sul quale poter
camminare ancora respirando semplicemente gli odori della natura,
anziché sentirsi prigionieri delle paure generate
dall’uomo.

Pier Angelo Cantù

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