Prendere per mano la follia

Abbiamo intervistato Giampietro Savuto, psicoterapeuta direttore delle comunità terapeutiche Lighea e responsabile della Fondazione omonima.

Cos’è per Lei la follia?
Le comunità che dirigo ormai da molti anni si chiamano
“Lighea”, il nome lo scelsi dopo aver letto un breve racconto di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa. “Lighea” è una creatura
mostruosa, seducente e distruttiva: una sirena. La follia è
qualcosa di simile, un vorticoso punto di incontro tra violenza,
eros e paura, attrazione per il vuoto, per la perdita delle
coordinate del tempo e dello spazio. Il nostro intervento viene
condotto con la speranza che i pazienti possano accogliere la
propria diversità e imparare a conviverci come si fa con i
sogni.

Qual’è la differenza di fondo tra il manicomio e le
comunità che dirige?

L’istituzione manicomiale praticava l’omologazione dei pazienti, al
suo interno, chiunque perdeva la propria singolarità per
trasformarsi in mera diagnosi. Un’etichetta rassicurante per chi ci
lavorava e per l’intero mondo dei “sani”, ma mortifera per chi
veniva giudicato “malato”.
L’idea che muove “Lighea” è sempre stata quella di
accogliere e accettare ciascun paziente con il proprio disagio e la
propria diversità, consapevoli dei limiti della cura e
lontani dalla pretesa di “normalizzare”, finalizzando l’intervento
all’integrazione sociale e all’acquisizione di un buon grado di
indipendenza.

Come si articola l’iter terapeutico di “Lighea”?
Le comunità “Lighea” sono “semplici” appartamenti nel cuore
di Milano. Ciascuna ospita 8 persone con un’assistenza continua 24
ore su 24. L’intervento integra aspetti farmacologici, terapeutici
e riabilitativi sostenendo al contempo le famiglie. Ogni ospite
segue un progetto riabilitativo individuale utilizzando strutture e
ambienti esterni di lavoro, sport, studio, tempo libero. La
permanenza media in comunità è di circa 2/3 anni,
successivamente avviene il passaggio in appartamenti più
piccoli condivisi con altri ex ospiti e con un’assistenza diurna di
poche ore, mantenendo o arricchendo il progetto riabilitativo
già avviato.
Le comunità e gli appartamenti rappresentano la rete di una
maglia allargata che funziona come un contenitore ma che,
parallelamente, offre una sempre minore protezione aiutando chi
soffre ad esprimere una quotidianità “normale” o che alla
quotidianità si avvicina.

Gabriela
Manzella

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