Quanto ci costa il traffico?

Quanto ci costa il traffico di tutti i giorni? Secondo lo studio Finmeccanica presentato lo scorso 9 settembre a Cernobbio, fino al 3 per cento del Pil.

Bisogna riorganizzare gli spazi, adottare nuovi modelli di
mobilità, puntare sulla tecnologia che soddisfa i bisogni
sociali: per rispondere alla crisi e risollevare l’economia
italiana c’è la necessità di trasformare le metropoli
in “smart cities”, città intelligenti, ecologiche,
efficienti, attente al patrimonio storico e culturale, a misura di
cittadino.

È quanto emerge dallo studio svolto da The
European House Ambrosetti per Finmeccanica
: secondo la
ricerca, una mobilità intelligente potrebbe valere fino a 5
punti di Pil. Nel documento si legge che oggi, a causa della
congestione del traffico, spendiamo tra i 30 e i 50 miliardi di
euro ogni anno, circa il 2-3 per cento del Pil, riducendo
fortemente anche la competitività delle aziende nostrane.
Gli ingorghi stradali, inoltre, sono responsabili del 27 per cento
della CO2 emessa nel Paese ogni anno, 3 punti in più
rispetto alla media europea.

L’importanza di una mobilità smart
Una ristrutturazione “smart” delle città potrebbe non solo
migliorare il problema del traffico, ma anche creare
opportunità economiche per uscire dalla crisi. Sempre
secondo la ricerca, infatti, se l’Italia investisse in tecnologie
intelligenti e mobilità sostenibile i 3 punti di Pil persi
nell’attuale inefficienza dei trasporti, da qui al 2030 si avrebbe
una crescita annua stimata in 8-10 punti di Pil, con ricadute
positive anche su riduzione del tempo perso, competitività,
creatività, innovazione e non ultima vivibilità e
salute dei cittadini.

 

Soluzioni antitraffico
Gli investimenti per gli interventi maggiori di riduzione della
congestione provengono dai comuni stessi e vanno dall’incremento
delle reti metropolitane al miglioramento delle linee ferroviarie
che collegano la città all’hinterland, dall’istituzione di
servizi di car-sharing o bike-sharing alla costruzione di piste
ciclabili. Tra le diverse iniziative, rientrano anche i sistemi di
“road pricing”, che prevedono il pagamento di una tariffa per
accedere nell’area urbana centrale per ricavare fondi da spendere
nel miglioramento della mobilità. Tra questi, uno studio di
Assolombarda pubblicato a gennaio 2012 sui vari sistemi di
decongestione del traffico ricorda anche la “congestion
charge”.

Congestion charge a confronto
Il primo Stato che ha
adottato una forma di pedaggio elettronico è stata la
Norvegia, nel 1986, a Bergen. L’introduzione del “toll ring” a Oslo
è invece del 1990 e ha ridotto il traffico di 5 punti
percentuali. La svedese Stoccolma, che ha introdotto la tassa nel
2006, ha invece ridotto gli ingorghi del 18 per cento. Il pedaggio
costa fino a 20 Sek (circa 20 euro) negli orari di punta. E poi
c’è la congestion charge di Londra: introdotta nel 2003,
costava 5 sterline (ora 9) e ha ridotto inizialmente il traffico
del 30 per cento. Oggi la situazione è praticamente tornata
quella di partenza, ma la società dei trasporti londinese ha
dichiarato nel 2011 che, senza ticket d’ingresso, le condizioni
sarebbero state ben peggiori.

In Italia l’unico esperimento di congestion charge è
l’Area
C di Milano
: aperta a gennaio 2012, sospesa in luglio,
riattivata a settembre, la tassa ha portato, secondo la giunta
comunale, benefici per la salute (con l’abbattimento del black
carbon) e per i flussi di traffico ridotti, anche qui come a
Londra, del 30 per cento. Sarà poi il tempo a dire quali
altre conseguenze avrà il pedaggio milanese.

Tornando al rapporto Finmeccanica, in Italia siamo ancora
lontani dal raggiungere una vera e propria “smartness” urbana: la
sfida, da qui al 2030, sarà lavorare per creare un progetto
unitario che coinvolga l’intero Paese, un ripensamento in chiave
intelligente e tecnologica delle nostre città. Le premesse
ci sono: dipende da quanto saremo disposti ad accogliere il
cambiamento.

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