R.E.M. – Collapse Into Now

I R.E.M. fanno i R.E.M.: artigianato rock di qualità nell’album Collapse into now.

Nel 2008 i R.E.M. hanno deciso di aprire una parentesi nel loro
cammino artistico. Accelerate e tutto il percorso che ha portato
alla sua genesi (leggi le prove aperte di Dublino con la
riproposizione di gran parte del catalogo storico) sono stati un
tuffo nel passato, in sonorità rock che il gruppo sembrava
aver messo in soffitta. Una sorta di regalo ai fan, che da anni
sognavano un album così e che infatti lo hanno accolto bene,
così come il successivo Live At The Olympia, testimonianza
delle giornate dublinesi. Ma il tempo non si può fermare
più di tanto a lungo e quella era e resta una parentesi.
Stipe, Mills e Buck si ritrovano oggi a riprendere le fila del
discorso lasciato in sospeso con Around The Sun (2004). Per
Collapse Into Now i tre si sono circondati di amici, da Eddie
Vedder a Patti Smith e Peaches. Forse per darsi un po’ di coraggio
perché l’operazione era rischiosa: abbandonare una strada
apprezzata dai fan per ripartire da un lavoro che aveva raccolto
più critiche e perplessità che consensi. Il tutto con
un obiettivo dichiarato, quello di realizzare un lavoro più
aperto di Accelerate, perdendo qualcosa sul fronte
dell’omogeneità stilistica ma guadagnando in stimoli e
influenze. Non a caso, sempre seguita dall’ormai fido produttore
Jacknife Lee, la band ha scritto e registrato i brani in tre
città dalle atmosfere diversissime come Nashville, Berlino e
New Orleans.

Si parte con Discoverer, le cui sonorità riportano a
metà anni 90, con chitarre che sembrano uscite da New
Adventures In Hi-Fi. L’incedere iniziale richiama un classico come
Finest Worksong ma l’illusione dura poco perché, nonostante
la solidità del pezzo, non si riesce a decollare verso
simili vette. All The Best pigia il pedale sull’acceleratore ma il
tempo di entrare nel vivo che è il momento di uno dei
passaggi più luminosi dell’album. Überlin, scelta anche
come primo singolo, è tradizione e salto in avanti al tempo
stesso, con la strofa che sembra una Drive accelerata e meno
tragica e un ritornello ancora più spensierato, con
timbriche acustiche, tra chitarre e batteria suonata con le
spazzole. Acustica e mandolino fanno la voce grossa anche nella
seguente Oh My Heart, con Stipe in versione sciamanica per un
ritornello dai curiosi accenti gospel. Tocca quindi a It Happened
Today, sulla carta uno dei passaggi più attesi, all’atto
pratico la prima vera delusione. Avere a disposizione un capitale
come Eddie Vedder e metterlo al servizio di una ballatona folk
scialbetta e già sentita, oltretutto solo per qualche
coretto di sottofondo, è una mossa che lascia interdetti. Il
brano è scaricabile in versione digitale dal sito della band
con un formato che permette di agire sulle varie tracce: ogni
utente può quindi realizzare il proprio personale remix.
Chissà che in questo modo a qualche fan non riesca di
migliorarlo…

L’amaro in bocca viene acuito dalla seguente Every Day Is Yours To
Win, una placida e soffusa ninna nanna che, a ben vedere, il suo
obiettivo lo raggiunge: provocare lo sbadiglio. Fortunatamente ci
pensa Mine Smell Like Honey, secondo estratto anticipato nei mesi
scorsi, a dare una scossa. Una cavalcata veloce che potrebbe
arrivare dritta dritta dalle session di Accelerate: niente di nuovo
ma trascinante e piacevole. Walk It Back abbassa nuovamente la
temperatura, ma l’intreccio di piano e chitarra acustica, con
richiami bluesy, si fa apprezzare prima di lasciare il campo ad
Alligator Aviator Autopilot Antimatter. Anche qui c’è un
duetto di mezzo, ma la chimica sprigionata dall’intervento di
Peaches ha tutt’altra energia rispetto a quanto accaduto con il
leader dei Pearl Jam. La voce della provocatoria cantante canadese
si sposa alla perfezione con quella di Stipe, in una sorta di Me In
Honey (1991) in salsa acida (là era la solare Kate Pierson a
fare da controcanto) con una batteria martellante a là These
Days (1986). That Someone Is You è un colpo di pistola, nel
suo minuto e quaranta scarso di simil punk californiano, con un
ché di adolescenziale nel suo gioioso carattere frizzante,
mentre Me, Marlon Brando, Marlon Brando And I offre modo alla vena
malinconica di Stipe di dispiegarsi in una ballata acustica dalla
linea melodica tutt’altro che banale.

Per la chiusura viene quindi srotolato il tappeto rosso per la
sacerdotessa del rock. Dopo E-Bow The Letter (1996) Patti Smith
torna a incrociare la sua strada con quella del trio di Athens. Il
pezzo è evocativo e a Patti è lasciato il ruolo di
protagonista mentre Stipe le fa da spalla. Blue un pezzo
affascinante nella sua complessità di strati sonori, ma
troppo simile all’inarrivabile gioiello di 15 anni fa per non
essere caricato dal peso di confronti imbarazzanti. Si chiude con
una ripresa del riff di Discoverer a chiudere il cerchio.

Se l’obiettivo era quello di allargare le vedute, lo si
può considerare raggiunto: si alternano rock e folk, country
e blues, pezzi tirati e ballate, sfuriate elettriche e divagazioni
acustiche. Peccato che la corsa sull’ottovolante comprenda anche
una scrittura che non riesce a mantenersi sempre allo stesso
livello nonostante la brevità (40 minuti scarsi) dell’album.

Per i R.E.M. oggi sembra più facile giocare a fare se
stessi che non a cercare una nuova via. Ammesso che dopo trent’anni
di carriera una nuova via sia ancora percorribile.

Massimo Longoni

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